[2]. Origini del Risorgimento

Quaderno 9 (XIV)
§ (108)

Alberto Pingaud, autore di un libro su Bonaparte, president de la Republique Italienne e che sta preparando un altro libro su Le premier Royaume d’Italie (che è già stato pubblicato quasi tutto sparsamente in diversi periodici) è tra quelli che «collocano nel 1814 il punto di partenza e in Lombardia il focolare del movimento politico che ebbe termine nel 1870 con la presa di Roma». Baldo Peroni, che nella «Nuova Antologia» del 16 agosto 1932 passa in rassegna questi scritti ancora sparsi del Pingaud, osserva: «Il nostro Risorgimento – inteso come risveglio politico – comincia quando l’amor di patria cessa di essere una vaga aspirazione sentimentale o un motivo letterario e diventa pensiero consapevole, passione che tende a tradursi in realtà mediante un’azione che si svolge con continuità e non s’arresta dinanzi ai più duri sacrifici. Ora, siffatta trasformazione è già avvenuta nell’ultimo decennio del settecento, e non soltanto in Lombardia, ma anche a Napoli, in Piemonte; in quasi tutte le regioni d’Italia. I “patrioti” che tra l’89 e il ’96 sono mandati in esilio o salgono il patiboli, hanno cospirato, oltre che per instaurare la repubblica, anche per dare all’Italia indipendenza e unità; e negli anni successivi è l’amore dell’indipendenza che ispira e anima l’attività di tutta la classe politica italiana, sia che collabori coi francesi e sia che tenti dei moti insurrezionali allorché appare evidente che Napoleone non vuol concedere la libertà solennemente promessa». Il Peroni, in ogni modo, non ritiene che il moto italiano sia da ricercarsi prima del 1789, cioè afferma una dipendenza del Risorgimento dalla Rivoluzione francese, tesi che non è accettata dalla storiografia nazionalistica. Tuttavia appare vero quanto il Peroni afferma, se si considera il fatto specifico e di importanza decisiva, della formazione di un gruppo politico che si svilupperà fino alla formazione dell’insieme dei partiti che saranno i protagonisti del Risorgimento. Se nel corso del Settecento incominciano ad apparire e a consolidarsi le condizioni obbiettive, internazionali e nazionali, che fanno dell’unificazione nazionale un compito storicamente concreto (cioè non solo possibile ma necessario) è certo che solo dopo l’89 questo compito diventa consapevole in gruppi di uomini disposti alla lotta. Cioè la Rivoluzione francese è uno degli eventi europei che maggiormente operano per approfondire un movimento già iniziato nelle «cose», rafforzando le condizioni positive del movimento stesso e funzionando come centro di aggregazione e centralizzazione delle forze umane disperse in tutta la penisola e che altrimenti molto avrebbero tardato a «incontrarsi» e comprendersi tra loro.

Su questo argomento è da vedere l’articolo di Gioacchino Volpe Storici del Risorgimento a Congresso nell’«Educazione Fascista» del luglio 1932. Il Volpe informa sul Ventesimo Congresso della Società Nazionale per la Storia del Risorgimento tenuto a Roma nel maggio-giugno 1932. La Storia del Risorgimento fu prima concepita prevalentemente come «storia del patriottismo italiano». Poi essa cominciò ad approfondirsi, «ad essere vista come vita italiana del XIX secolo e quasi dissolta nel quadro di quella vita, presa tutta in un processo di trasformazione, coordinazione, unificazione, ideali e vita pratica, coltura e politica, interessi privati e pubblici». Dal secolo XIX si risalì al secolo XVIII e si videro nessi prima nascosti ecc. Il secolo XVIII «fu visto dall’angolo visuale del Risorgimento, anzi come Risorgimento anch’esso: con la sua borghesia ormai nazionale; con il suo liberalismo che investe la vita economica e la vita religiosa e POI quella politica e che non è tanto un “principio” quanto una esigenza di produttori; con quelle prime concrete aspirazioni ad “una qualche forma di unità” (Genovesi), per la insufficienza dei singoli Stati, ormai riconosciuta, a fronteggiare, con la loro ristretta economia, la invadente economia di paesi tanto più vasti e forti. Nello stesso secolo si delineava anche una nuova situazione internazionale. Entravano cioè nel pieno giuoco forze politiche europee interessate ad un assetto più indipendente e coerente e meno staticamente equilibrato della penisola italiana. Insomma una “realtà” nuova italiana ed europea, che dà significato e valore anche al nazionalismo dei letterati, riemerso dopo il cosmopolitismo dell’età precedente».

Il Volpe non accenna specificatamente al rapporto nazionale e internazionale rappresentato da Vaticano, che anch’esso subisce nel secolo XVIII una radicale trasformazione: scioglimento dei Gesuiti in cui culmina il rafforzarsi dello Stato laico contro l’ingerenza religiosa ecc. Si può dire che oggi, per la storiografia del Risorgimento, per il nuovo influsso esercitato dal Vaticano dopo il Concordato, il Vaticano è diventato una delle maggiori, se non la maggiore, forza di remora scientifica e di maltusianesimo metodico. Precedentemente accanto a questa forza, che è sempre stata molto rilevante, esercitavano una funzione di restrizione dell’orizzonte storico la monarchia e la paura del separatismo. Molti lavori storici non furono pubblicati per queste ragioni (Storia della Sardegna dopo il 1830 del barone Manno, episodio Bollea durante la guerra ecc.) I pubblicisti repubblicani si erano specializzati nella storia «libellistica», sfruttando ogni opera storica che ricostruisse scientificamente gli avvenimenti del Risorgimento e perciò ne conseguì una limitazione delle ricerche e un prolungarsi delle storie apologetiche e rettoriche, la impossibilità di sfruttare gli archivi ecc., tutta la meschinità della storiografia del Risorgimento quando la si paragona a quella della Rivoluzione francese. Oggi le preoccupazioni monarchiche e separatiste si sono andate assottigliando, ma sono cresciute quelle vaticanesche e clericali. Una gran parte degli attacchi alla Storia dell’Europa del Croce sono evidentemente di questa origine.

Nel Ventesimo Congresso sono stati trattati argomenti molto interessanti per questa rubrica. Pietro Silva: Il problema italiano nella diplomazia europea del XVIII secolo. Così il Volpe riassume lo studio del Silva: «Il XVIII secolo vuol dire influenza di grandi potenze in Italia, ma anche loro contrasti: e perciò, progressiva diminuzione del dominio diretto straniero e sviluppo di due forti organismi statali a nord e a sud. Col trattato di Aranjueztra Francia e Spagna, 1752, e subito dopo, col ravvicinamento Austria-Francia, si inizia una stasi di quarant’anni per i due regni, pur con molti sforzi di rompere il cerchio Austro-francese, tentando approcci con Prussia, Inghilterra, Russia. Ma il quarantennio segna anche lo sviluppo di quelle forze autonome che, con la Rivoluzione e con la rottura del sistema austro-francese, scenderanno in campo per una soluzione in senso nazionale ed unitario del problema italiano. Ed ecco le riforme e i principi riformatori, oggetto, gli ultimi tempi, di molti studi, per il regno di Napoli e di Sicilia, per la Toscana, Parma e Piacenza, Lombardia». Carlo Morandi: Le riforme settecentesche nei risultati della recente storiografia, ha studiato la posizione delle riforme italiane nel quadro de riformismo europeo, e il rapporto tra riforme e Risorgimento.

Per il rapporto tra Rivoluzione francese e Risorgimento il Volpe scrive: «È innegabile che la Rivoluzione (francese), vuoi come ideologie, vuoi come passioni (!), vuoi come forza armata, vuoi come Napoleone, immette elementi nuovi nel flusso in movimento della vita italiana. Non meno innegabile che l’Italia del Risorgimento, organismo vivo, assimilando l’assimilabile di quel che veniva dal di fuori e che, in quanto idee, era un po’ anche rielaborazione altrui di ciò che già si era elaborato in Italia, reagisce, insieme, ad esso, lo elimina e lo integra, in ogni modo lo supera. Essa ha tradizioni proprie, mentalità propria, problemi propri, soluzioni proprie: che sono poi la vera e profonda radice, la vera caratteristica del Risorgimento, costituiscono la sua sostanziale continuità con l’età precedente, lo rendono capace alla sua volta di esercitare anche esso una sua azione su altri paesi: nel modo come tali azioni si possono, non miracolisticamente ma storicamente, esercitare, entro il cerchio di popoli vicini e affini».

Queste osservazioni del Volpe non sono esatte: come si può parlare di «tradizioni, mentalità, problemi, soluzioni» propri dell’Italia? O almeno, cosa significa? Le tradizioni, la mentalità, i problemi, le soluzioni erano molteplici, contraddittori e non erano visti unitariamente. Le forze tendenti all’unità erano scarsissime, disperse, senza legami tra loro e senza capacità di crearseli. Le forze contrastanti a quelle unitarie erano potentissime, coalizzate, e specialmente come la Chiesa assorbivano in sé una gran parte delle energie nazionali che altrimenti sarebbero state unitarie, dando loro un indirizzo cosmopolita-clericale. I fattori internazionali e specialmente la Rivoluzione francese, stremando queste forze reazionarie e logorandole, potenziano per contraccolpo le forse nazionali in se stesse scarse e inefficienti. È questo il contributo più importante della Rivoluzione, molto difficile da valutare e definire, ma che s’intuisce di peso decisivo nel dare l’avviata al moto del Risorgimento.

Tra le altre memorie presentate al Congresso è da notare quella di Giacomo Lumbroso su La reazione popolare contro i francesi alla fine del 1700. Il Lumbroso sostiene che «le masse popolari , specialmente contadinesche, reagirono non perché sobillate dai nobili e neppure per amor di quieto vivere (difatti, impugnarono le armi!) ma, in parte almeno, per un oscuro e confuso amor patrio o attaccamento alla loro terra, alle loro istituzioni, alla loro indipendenza (!?): fonde il frequente appello al sentimento nazionale degli italiani, che fanno i “reazionari” già nel 1799», ma la quistione è mal posta così e piena di equivoci. Cosa vuol dire la parentesi ironica del Volpe che non si possa parlare di amor di quieto vivere perché si impugnano le armi? Non c’è per nulla contraddizione, perché «quieto vivere» è inteso in senso politico di misoneismo e conservatorismo e non esclude la difesa armata delle proprie posizioni sociali. Inoltre la quistione dell’atteggiamento delle masse popolari non può essere impostata indipendentemente da quella delle classi dirigenti, perché le masse popolari si muovevano per ragioni immediate e contingenti contro gli «stranieri» invasori in quanto nessuno aveva loro insegnato a conoscere un indirizzo diverso da quello localistico e ristretto. Le reazioni spontanee delle masse popolari servono a indicare la forza di direzione delle classi alte; in Italia i liberali-borghesi trascurarono sempre le masse popolari ecc.

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