[2]. Adolfo Omodeo

Quaderno 9 (XIV)
§ (107)

Cfr «Critica» del 20 luglio 1932 p. 280: «Ai patrioti offriva la tesi che allora aveva rimessa in circolazione il Salvemini: della storia del Risorgimento come piccola storia, non sufficientemente irrorata di sangue; dell’unità, dono più di una propizia fortuna che meritato acquisto degli italiani; del Risorgimento, opera di minoranze contro l’apatia della maggioranza. Questa tesi generata dall’incapacità del materialismo storico di apprezzare in sé la grandezza morale, senza la statistica empirica delle bigonce di sangue versato e il computo degli interessi (aveva una speciosità facile edera a destinata a correre per tutte le riviste e i giornali, e a far denigrare dagli ignoranti l’opera dura del Mazzini e del Cavour), questa tesi serviva di base al Marconi per un’argomentazione moralistica di stile vociano». (L’Omodeo scrive di Piero Manzoni morto nella guerra, e della sua pubblicazione Io udii il comandamento, Firenze, senza data).

Ma l’Omodeo, nel suo libro L’età del Risorgimento non è riuscito a dare una interpretazione e una ricostruzione che non sia estrinseca e di parata. Che il Risorgimento sia stato l’apporto italiano al grande movimento europeo del secolo XIX non dimostra che l’egemonia del movimento fosse in Italia. Del resto si può osservare: se la storia del passato non si può non scrivere con gli interessi e per gli interessi attuali, la formula critica che bisogna fare la storia di ciò che il Risorgimento è stato concretamente non è insufficiente e troppo ristretta? Spiegare come il Risorgimento si è fatto concretamente, quali sono le fasi del processo storico necessario che hanno culminato in quel determinato eventi è un nuovo modo di ripensare la così detta «obbiettività» esterna e meccanica. Si tratta spesso di una rivendicazione «politica» di chi è soddisfatto e nel «processo» al passato vede giustamente un processo al presente, una critica al presente. Del resto queste discussioni, in quanto sono puramente di metodologia empirica, sono inconclusive. E se scrivere storia significa fare storia presente, è grande libro di storia quello che nel presente crea forze in isviluppo più consapevoli di se stesse e quindi più concretamente attive e fattive. Il difetto massimo di tutte queste interpretazioni ideologiche del Risorgimento italiano consiste nel fatto che esse sono state meramente ideologiche, cioè che non si rivolgevano a forze politiche attuali e concrete. Lavori di letteratura, dilettantesche costruzioni ad opera di gente che voleva far sfoggio di intelligenza o di talento: oppure rivolte a piccole cricche intellettuali senza avvenire, oppure scritte per giustificare forze reazionarie, imprestando loro intenzioni che non avevano fini immaginari, e quindi cioè piccoli servizi da lacchè intellettuali (il tipo più compiuto di questi lacchè è il Missiroli) e da mercenari della scienza.

Queste interpretazioni ideologiche della formazione nazionale e statale italiana sono da studiare anche da questo punto di vista: il loro succedersi «acritico» per spinte individuali di personalità più o meno «geniali» è un documento della primitività dei partiti politici italiani, dell’empirismo immediato di ogni azione costruttiva (compresa quella dello Stato), dell’assenza nella vita italiana di ogni movimento «vertebrato» che abbia in sé possibilità di sviluppo permanente e continuo. La mancanza di prospettiva storica nei programmi di partito, prospettiva ricostruita «scientificamente», cioè con serietà scrupolosa, per basare su tutto il passato i fini da raggiungere nell’avvenire e da proporre al popolo come una necessità cui collaborare consapevolmente, ha permesso appunto il fiorire di tanti romanzi ideologici, che sono in realtà la premessa di un movimento politico che si suppone astrattamente necessario, ma per creare il quale in realtà non si fa niente di pratico. È questo un fenomeno molto utile per facilitare le «operazioni» di quelle che spesso si chiamano le «forze occulte» o «irresponsabili», che operano attraverso i «giornali indipendenti», creano «artificialmente» moti d’opinione occasionali, mantenuti in vita fino al raggiungimento di un determinato scopo e poi lasciati illanguidire e morire. Sono appunto «compagnie di ventura» ideologiche, pronte a servire i gruppi plutocratici o d’altra natura, spesso appunto fingendo di lottare contro la plutocrazia. Organizzatore tipico di tali «compagnie» è stato Pippo Naldi, discepolo anch’egli dell’Oriani e organizzatore dei giornali di M. Missiroli.

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