I nipotini di padre Bresciani

Quaderno 9 (XIV)
§ (42)

Per quali forme di attività hanno «simpatia» i letterati italiani? Perché l’attività economica, il lavoro come produzione individuale e di gruppo non li interessa? Se nei libri si tratta di argomento economico, è il momento della «direzione», del «dominio», del «comando», di un «eroe» sui produttori che li interessa. Oppure li interessa la generica produzione, il generico lavoro in quanto elemento di vita e di potenza nazionale, in quanto elemento per tirate retoriche. La vita del contadino occupa un maggior spazio, ma anche qui non come lavoro, ma del contadino come «folclore», come pittoresco rappresentante di sentimenti e costumi curiosi e bizzarri. Perciò la «donna» ha molto spazio, coi problemi sessuali nel loro aspetto più esteriore e romantico. Il «lavoro» dell’impiegato è fonte di comicità. Il lavoro dell’intellettuale poco spazio oppure presentato nella sua espressione di «dominio», di retorica.

Non si può certo imporre a una o a molte generazioni di scrittori di aver «simpatia» per uno o altro aspetto della vita, ma che una o molte generazioni di scrittori abbiano certe simpatie e non altre ha pure un significato, indica un certo indirizzo piuttosto che altri nell’interesse degli intellettuali. Anche il verismo italiano (eccetto, in parte, il Verga) si distingue dalle correnti realistiche degli altri paesi in quanto si limita alla «bestialità» della «natura umana» (al «verismo» inteso in senso gretto) e non offre apprezzabili rappresentazioni del lavoro e della fatica. Ha qualche merito culturale come parziale reazione alle sdolcinatezze e ai languori romantici di maniera tradizionali, ma crea subito un suo cliché altrettanto manierato. Ma non basta che gli scrittori non ritengano degna di «cronaca e di storia» un’attività che pure assorbe i 9/10, per quasi tutta la vita, della nazione; se se ne occupano, il loro atteggiamento è quello del padre Bresciani ecc. (Vedere gli scritti di L. Russo sul Verga e sull’Abba).

G.C. Abba può essere citato come esempio italiano di scrittore «popolare-nazionale», pur non essendo «popolaresco» o non appartenendo a nessuna corrente che critichi per ragioni di «partito» o settarie la posizione della classe dirigente. Possono analizzarsi non solo gli scritti dell’Abba che hanno un valore poetico e artistico, ma altri libri come quello rivolto ai soldati, che pure fu premiato da enti governativi e militari e fu per qualche tempo diffuso tra le truppe. In questa direzione può citarsi lo studio del Papini pubblicato in «Lacerba» dopo gli avvenimenti del giugno 1914. La posizione di Alfredo Oriani è anche da rilevare, ma essa è astratta e teorica e annegata nel suo «titanismo» di genio incompreso. È da rilevare qualcosa negli scritti di Piero Jahier (ricordare le simpatie dello Jahier per il Proudhon), anche di carattere militare (in questo lo Jahier si può collegare coll’Abba), deturpata dallo stile biblico e claudelliano dello scrittore, che lo rende meno efficace e indisponente, perché maschera una forma snobistica di retorica. (Tutta la letteratura di Strapaese dovrebbe essere «nazionale-popolare» come programma, ma appunto lo è per programma ed è una manifestazione deteriore della cultura; il Longanesi deve aver scritto anche un libriccino per le reclute, ciò che dimostrerebbe come la tendenza nasca anche da preoccupazioni militari). La preoccupazione nazionale-popolare nell’impostazione del problema critico-estetico appare in Luigi Russo (del quale è da vedere il volumetto su i Naratori (come risultato di un ritorno all’esperienza del De Sanctis dopo il punto di arrivo del crocianesimo.

Osservare che il brescianesimo è in fondo «individualismo» antistatale e antinazionale anche quando e quantunque si veli di un nazionalismo e statalismo frenetico. «Stato» significa specialmente direzione consapevole delle grandi moltitudini nazionali, quindi necessario «contatto» sentimentale e ideologico con esse e in certa misura «simpatia» e comprensione dei loro bisogni ed esigenze. Infatti l’assenza di una letteratura popolare-nazionale, dovuta all’assenza di preoccupazioni per questi bisogni ed esigenze, ha lasciato il «mercato» letterario aperto alle influenze dei gruppi intellettuali di altri paesi, che, «popolari-nazionali in patria, lo diventavano all’estero perché le esigenze e i bisogni erano simili. Così il popolo italiano si è appassionato attraverso il romanzo storico-popolare francese, alle tradizioni francesi, monarchiche e rivoluzionarie francesi e conosce gli amori di Enrico IV, la Rivoluzione dell’89, le invettive vittorughiane contro Napoleone III, si appassiona per un passato non suo, si serve nel suo linguaggio e nel suo pensiero di metafore e di riferimenti francesi ecc., è culturalmente più francese che italiano.

Per l’indirizzo nazionale-popolare dato dal De Sanctis alla cultura italiana è da vedere anche il libro del Russo (F. De Sanctis e la cultura napoletana, 1860-1885, La Nuova Italia editrice, 1928) e il saggio del De Sanctis La Scienza e la Vita: mi pare che il De Sanctis abbia fortemente sentito il contrasto Riforma-Rinascimento, cioè appunto il contrasto tra Vita e Scienza che era nella tradizione italiana come una debolezza della struttura nazionale-statale e abbia cercato di reagire contro di esso. Quindi il fatto che ad un certo punto lo porta a staccarsi dall’idealismo speculativo e ad avvicinarsi al positivismo e al verismo in letteratura (simpatie per Zola, come il Russo per Verga e per S. Di Giacomo), e come pare osservi il Russo nel suo libro (Cfr Marzot, nella «Nuova Italia» del maggio 1932), «il segreto dell’efficacia di De Sanctis è tutto da cercare nella sua spiritualità democratica, la quale lo fa sospettoso e nemico di ogni movimento o pensiero che assuma carattere assolutistico e privilegiato 〈…〉; e nella tendenza e nel bisogno di concepire lo studio come momento di un’attività più vasta, sia spirituale che pratica, racchiusa nella formula di un suo famoso discorso, La Scienza e la Vita».

Antidemocrazia negli scrittori brescianeschi non ha altro significato che di opposizione al movimento popolare-nazionale, cioè è di spirito «economico-corporativo», «privilegiato», di casta e non di classe, di carattere politico-medioevale e non moderno.

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