I nipotini di padre Bresciani. Libri di guerra

Quaderno 9 (XIV)
§ (43)

Quali riflessi ha avuto la tendenza «brescianistica» nella letteratura di guerra? La guerra ha costretto i diversi strati sociali ad avvicinarsi, a conoscersi, ad apprezzarsi nella sofferenza comune. I letterati cosa hanno imparato dalla guerra? E in generale cosa hanno imparato dalla guerra quei ceti da cui sorgono normalmente i più numerosi intellettuali e scrittori? Due linee di ricerca. La prima, quella riguardante la classe sociale generale, può seguire il materiale già scelto dal professor Adolfo Omodeo nella pubblicazione Momenti della vita di guerra. Dai diari e dalle lettere dei caduti che esce a puntate nella «Critica» già da parecchio tempo. La raccolta dell’Omodeo presenta un materiale già selezionato, nel senso nazionale-popolare, poiché l’Omodeo si propone di dimostrare come già nel 1915 una coscienza nazionale-popolare si fosse già formata e nella guerra abbia avuto l’occasione di manifestarsi e non già l’origine palingenetica. Che l’Omodeo riesca a dimostrare il suo assunto è altra quistione: intanto l’Omodeo ha una sua concezione di ciò che è coscienza nazionale-popolare, le cui origini culturali sono facili da rintracciare; egli è un epigone della tradizione liberale moderata, e il paternalismo democratico o popolaresco si confonde spesso in lui con quella particolare forma di coscienza nazionale-popolare che è più moderna e meno borbonizzante.

La letteratura di guerra propriamente detta, cioè dovuta a scrittori «professionali» ha avuto varia fortuna in Italia. Subito dopo la guerra è stata scarsa, e ha cercato la sua fonte di ispirazione nel Feu di Barbusse. C’è stata una seconda ondata, prodottasi dopo il successo internazionale del libro di Remarque e con il proposito internazionale di opporsi alla mentalità della letteratura pacifista tipo Remarque. Questa letteratura è in genere mediocre, in tutti i sensi, come arte e come «cultura», cioè come creazione pratica di «masse di sentimenti» da far trionfare nel popolo. Molta di questa letteratura rientra perfettamente nel brescianesimo. Esempio tipico il libro di C. Malaparte La rivolta dei santi maledetti che è stato presentato nella prima edizione come barbussiano ed è diventato brescianesco in una seconda edizione.

È da vedere l’apporto dato a questa letteratura dal gruppo di scrittori che sogliono essere chiamati «vociani» e che già prima del 1914 lavoravano per creare una coscienza nazionale-popolare moderna: credo che da questo gruppo siano stati dati i libri migliori, per esempio il diario di Gianni Stuparich. Il libro di Ardengo Soffici, sebbene il Soffici, esteriormente «vociano», ha una sua retorica repugnante. Una rassegna di questa letteratura di guerra sotto la rubrica del brescianismo sarebbe molto interessante.

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