Passato e presente. Apolicità

Quaderno 6 (VIII)
§ (166)

Aldo Valori, nel «Corriere della Sera» del 17 novembre 1931, pubblica un articolo (L’esercito di una volta) sul libro di Emilio De Bono Nell’esercito italiano prima della guerra (Mondadori, 1931) che deve essere interessante, e riporta questo brano: «Si leggeva poco, poco i giornali, poco i romanzi, poco il “Giornale ufficiale” e le circolari di servizio… Nessuno si occupava di politica. Io, per esempio, mi ricordo di non aver mai badato alle crisi ministeriali, di aver saputo per puro caso il nome del Presidente del Consiglio… Ci interessavano i periodi elettorali perché davano diritto a dodici giorni di licenza per andare a votare. L’ottanta per cento però di godeva la licenza e non guardava le urne neppure in fotografia». E il Valori osserva: «Può parere un’esagerazione e invece non è. Astenersi dalla politica non voleva dire estraniarsi dalla vita della Nazione, ma dagli aspetti più bassi della lotta fra partiti. Così comportandosi, l’Esercito rimase immune dalla degenerazione di molti altri pubblici istituti e costituì la grande riserva delle forze dell’ordine; il che era il modo più sicuro per giovare, anche politicamente, alla Nazione».

Questa situazione, per essere apprezzata, deve essere paragonata alle aspirazioni del Risorgimento per rispetto all’Esercito, di cui si può vedere un’espressione nel libro di Giulio Cesare Abba dedicato ai soldati, libro divenuto ufficiale, premiato, ecc. ecc. L’Abba con la sua corrente, pensava all’Esercito come a un istituto che doveva inserire le forze popolari nella vita nazionale e statale, in quanto l’Esercito rappresentava la nazione in armi, la forza materiale su cui poggiava il costituzionalismo e la rappresentanza parlamentare, la forza che doveva impedire i colpi di Stato e le avventure reazionarie: il soldato doveva diventare il soldato-cittadino, e l’obbligo militare non doveva essere concepito come un servizio, ma invece attivamente, come l’esercizio di un diritto, della libertà popolare armata. Utopie, evidentemente, perché come appare dal libro del De Bono, si ricadde nell’apoliticismo, quindi l’esercito non fu che un nuovo tipo di esercito professionale e non di esercito nazionale, poiché questo e niente altro significa l’apoliticismo. Per le «forze dell’ordine» questo stato di cose era l’ideale; quanto meno il popolo partecipava alla vita politica statale, tanto più queste forze erano forze. Ma come giudicare dei partiti che continuavano il Partito d’Azione! E ciò che si dice dell’esercito si può estendere a tutto il personale impiegato dall’apparato statale, burocrazia, magistratura, polizia, ecc. Un’educazione «costituzionale» del popolo non poteva essere fatta dalle forze dell’ordine: essa era compito del Partito d’Azione, che fallì completamente ad esso; anzi fu un elemento per rincalzare l’atteggiamento delle forze dell’ordine.

Per ciò che riguarda il De Bono è da osservare che verso il 18-19 le opinioni del De Bono a proposito dei rapporti tra politica ed esercito non erano propriamente le stesse di ora: le sue note militari nel «Mondo» e una sua pubblicazione di quel tempo, in cui era vivo il ricordo degli insegnamenti dati dalla rotta di Caporetto, sarebbero da rivedere.

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