Giornalismo

Quaderno 8 (XXVIII)
§ (7)

Ecco come negli «Annali dell’Italia Cattolica» per il 1926 si descrivono i diversi tipi di giornale, con riferimento alla stampa cattolica: «In senso largo il giornale “cattolico” (o piuttosto “scritto da cattolici”) è quello che non contiene nulla contro la dottrina e morale cattolica, e ne segue e difende le norme. Dentro tali linee il giornale può perseguire intenti politici, economico-sociali, o scientifici. – Invece il giornale “cattolico” in senso stretto è quello che, d’intesa con l’Autorità Ecclesiastica, ha come scopo diretto un efficace apostolato sociale cristiano, a servizio della Chiesa e in aiuto dell’Azione cattolica. Esso importa, almeno implicitamente, la responsabilità dell’Autorità Ecclesiastica, ,e però ne deve seguire le norme e direttive». Si distingue, insomma, il giornale così detto d’opinione, dall’organo ufficiale di un determinato partito, il giornale per le masse popolari o giornale «popolare», dal giornale per un pubblico necessariamente ristretto.

Nella storia della tecnica giornalistica può essere ritenuto «esemplare» il «Piccolo» di Trieste, come appare dal libro dedicato al «Piccolo» da Silvio Benco. Un tipo molto interessante è stato anche il «Corriere della Sera» nel periodo giolittiano, molto interessante se si tiene conto della situazione giornalistica e politica italiana, totalmente diversa da quella francese e in generale da quella degli altri paesi europei. La divisione netta, esistente in Francia, tra giornali popolati e giornali di opinione, non può esistere in Italia, dove manca un centro così popolato e così predominante come Parigi (e dove esiste minore «indispensabilità» del giornale politico anche nelle classi superiori). Sarebbe interessante vedere nella storia del giornalismo italiano, le ragioni tecnico-politico-culturali della fortuna avuta dal vecchio «Secolo» di Milano. Mi pare che nella storia del giornalismo italiano si possano distinguere due periodi:

  1. quello «primitivo» dell’indistinto generico politico culturale che rese possibile la grande diffusione del «Secolo» intorno al programma generico-indistinto di un vago «laicismo» (contro l’influenza cattolica) e di un vago «democraticismo» (contro l’influsso preponderante nella vita statale delle forze di destra):
  2. quello successivo in cui le forze di destra si «nazionalizzano», si «popolarizzano» e il «Corriere della Sera» sostituisce il «Secolo» nella grande diffusione: il vago laicismo-democraticismo del «Secolo» diventa nel «Corriere» un vago unitarismo nazionale che comprende una forma di laicismo meno plebeo e sbracato e così un nazionalismo meno popolaresco e democratizzante.

È interessante notare che nessuno dei partiti distintisi dall’informe popolarismo «secolino» abbia tentato di ricreare l’unità democratica su un piano politico-culturale più elevato di quello del periodo primitivo, ma questo compito sia stato abbandonato quasi senza lotta ai conservatori espressi dal «Corriere». Eppure questo dovrebbe essere il compito dopo ogni progresso di chiarificazione e distinzione: ricreare l’unità, rottasi nel processo di avanzata, su un piano superiore, rappresentato dalla élite che dall’indistinto generico è riuscita a conquistare la sua personalità, che esercita una funzione direttiva sul vecchio complesso da cui si è distinta e staccata.

Lo stesso processo si ripete nel mondo cattolico con la formazione del Partito popolare, «distinzione» democratica che i destri riescono a subordinare ai propri programmi. Nell’un caso e nell’altro i piccoli borghesi pure essendo il maggior numero tra gli intellettuali dirigenti, sono sopraffatti dagli elementi della classe fondamentale: nel campo laico gli industriali del «Corriere», nel campo cattolico la borghesia agraria unita ai grandi proprietari sopraffanno i professionisti della politica del «Secolo» e del Partito Popolare che pure rappresentano le grandi masse dei due campi: semiproletari [e piccoli borghesi] della campagna e della città.

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