Momenti di vita intensamente collettiva e unitaria nella vita del popolo italiano

Quaderno 9 (XIV)
§ (103)

Cercare nella storia italiana dal 1800 ad oggi tutti i momenti in cui al popolo italiano si è posto da risolvere un compito potenzialmente comune, in cui avrebbe potuto verificarsi un’azione o un movimento collettivi (in profondità e in complessità) e unitari. Questi momenti, nelle diverse fasi storiche, possono essere stati di diversa natura, di diversa portata e importanza nazionale-popolare. Ciò che importa nella ricerca è il carattere potenziale (e quindi la misura in cui questa «potenzialità» si è tradotta in atto) di collettività e di unitarietà, cioè la diffusione territoriale (la regione risponde bene a questo carattere, se non addirittura la provincia) e la diffusione di massa (cioè la maggiore o minore moltitudine di partecipanti, la maggiore o minore ripercussione attiva e passiva – o negativa per le reazioni suscitate – che azione ha avuto nei diversi strati della popolazione).

Questi momenti possono aver avuto carattere e natura diversa: guerre, rivoluzioni, plebisciti, elezioni generali di particolare importanza e significato. Guerre: 1848, 1859, 1860, 1866, 1870, guerra d’Africa (Eritrea), guerra libica (1911-12), guerra mondiale (1915-18). Rivoluzioni: 1820-21, 1831, 1848-49, 1860, fasci siciliani, 1898, 1904, 1914, 1919-20, 1924-25. Plebisciti per la formazione del Regno: 1859-60, 1866, 1870. Elezioni generali con diversa misura di suffragio allargato. Elezioni tipiche: quella che porta la Sinistra al potere nel 1876, quella dopo l’allargamento del suffragio dopo il 1880, quella dopo il 1898, per il primo periodo; quella del 1913 è la prima elezione con caratteri popolari spiccati per la larga partecipazione di massa; 1919 è la più importante di tutte per il carattere proporzionale e regionale, che obbliga i partiti a raggrupparsi e perché in tutto il territorio, per la prima volta, si presentano gli stessi partiti con gli stessi (all’ingrosso) programmi. In misura molto maggiore e più organica che nel 1913 (quando il collegio uninominale restringeva le possibilità e falsificava le posizioni politiche di massa) nel 1919 in tutto il territorio, in uno stesso giorno, tutta la parte più attiva del popolo italiano si pone le stesse quistioni e cerca di risolverle nella sua coscienza storico-politica. Il significato delle elezioni del 1919 è dato dal complesso di elementi «unificatori» che vi confluiscono: la guerra era stata un elemento unificatore di primo ordine in quanto aveva dato la coscienza alle grandi masse dell’importanza che ha per il destino di ogni singolo individuo la costruzione dell’apparato di governo, oltre all’aver posto una serie di problemi concreti, generali e particolari, che riflettevano l’unità popolare-nazionale. Si può dire che le elezioni del 1919 ebbero per il popolo un carattere di Costituente (questo carattere lo ebbero anche le elezioni del 1913, come può ricordare chiunque abbia assistito alle elezioni nei centri regionali dove maggiore era stata la trasformazione del corpo elettorale e come fu dimostrato dall’alta percentuale di partecipazione attiva: si era diffusa una convinzione mistica che tutto doveva cambiare col voto, di una vera e propria palingenesi sociale; così almeno in Sardegna), quantunque non l’avessero certo per «nessun» partito politico del tempo: in questa contraddizione tra il popolo e i partiti popolari è consistito il dramma storico del 1919, che fu capito immediatamente solo dai gruppi dirigenti più accorti e intelligenti (e che avevano più da temere per il loro futuro). È da notare che proprio il partito tradizionale della costituente in Italia, il partito repubblicano, dimostrò il minimo di sensibilità storica e di capacità politica, e si lasciò imporre il proprio programma e il proprio indirizzo (cioè difesa astratta e retrospettiva dell’intervento in guerra) dalle classi dirigenti. Il popolo, a suo modo, guardava all’avvenire (e in ciò è il carattere implicito di costituente che il popolo diede alle elezioni del 1919); i partiti guardavano al passato (solo al passato) concretamente e all’avvenire «astrattamente», «genericamente», come «abbiate fiducia nel vostro partito» e non come concezione politico-storica concreta ricostruttiva. Tra le altre differenze tra le elezioni del 13 e quelle del 19 occorre porre la partecipazione «attiva» dei cattolici, con uomini proprii, con un proprio partito, con un proprio programma. Anche nel 1913 i cattolici parteciparono alle elezioni, ma attraverso il patto Gentiloni, in modo sornione e che in gran parte falsificava lo schieramento e la forza delle potenze politiche tradizionali. Per il 1919 è da ricordare l’atteggiamento dei giolittiani quale risulta dalle campagne di Luigi Ambrosini nella «Stampa» per influenzare i cattolici. In realtà i giolittiani furono «storicamente» i vincitori, nel senso che essi impressero il carattere di costituente senza costituente alle elezioni e riuscirono a tirar gli sguardi dall’avvenire al passato.

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