Il 1849 a Firenze

Quaderno 9 (XIV)
§ (102)

Nella «Rassegna Nazionale» Aldo Romano ha pubblicato una lettera di R. Bonghi e una di Cirillo Monzani scritte a Silvio Spaventa nel 1848 da Firenze durante il periodo della dittatura Guerrazzi-Montanelli (cfr «Marzocco» del 21 febbraio e quindi si tratterà della «Rassegna Nazionale» del febbraio 1932), che sono interessanti per giudicare quale fosse l’atteggiamento dei moderati verso il periodo democratico della rivoluzione italiana 1848-49 e anche per trarne qualche elemento obbiettivo di fatto. Colpisce appunto come questi due moderati si mostrino estranei agli avvenimenti, spettatori incuriositi e malevoli e non attori interessati. Ecco un brano del Bonghi, scritto quindici giorni dopo la fuga del Granduca: «La fazione repubblicana intende a rizzare dovunque quell’albero con così poco concorso rizzato a Firenze, insino dalla sera che si seppe il proclama di De Laugier, e mediante l’opera di alcuni livornesi fatti venire a bella posta. Questo rizzamento ha poco o nessun contrasto nelle città principali o più popolose; ma ne ha molto nelle più piccole e moltissimo nelle campagne. Ier sera si voleva rizzare fuori Porta Romana; furon grida di evviva; poi contrasto di chi voleva e di chi non voleva; poi colpi di coltello e fucilate; infine un gran sconquasso. I contadini dei dintorni, credendo che fosse una baldoria che si facesse per il ritorno del granduca, o che fossero già istigati e preparati alla reazione, o comechessia, cominciarono anch’essi a fare gli evviva a Leopoldo II, a tirar fucilate, a cavar bandiere, ad agitar fazzoletti, a sparar morlaletti e cose simili» Più sintomatico è lo scritto del Monzani, che meglio dà uno scampolo di quella che doveva essere la propaganda disfattista dei moderati: «La cecità e, quel che è peggio, la mala fede, l’astuzia, il raggiro, mi paiono giunti al colmo. Si parla molto di patria, di libertà, ma pochi hanno a cuore la patria, e saprebbero fare estremi sacrifizi, ed esporre le vite al salvamento di essa. Questi santissimi nomi sono purtroppo profanati, ed i più se ne servono come pala ad ottenere o potenza o ricchezza. Forse m’ingannerò, ma l’aspettarsi salvezza da costoro mi parrebbe il medesimo che aspettarla dal turco. Io non sono avvezzo ad illudermi, né a correr dietro ai fantasmi, ché troppo gli italiani si sono lasciati prendere al laccio delle chimere e dalle utopie di certi apostoli, i quali ormai sono troppo dannosi alla nostra disgraziata patria». Le due lettere furono sequestrate allo Spaventa al momento dell’arresto. I Borboni erano troppo arretrati per servirsene contro i liberali, facendole commentare dai loro pennaioli (i Borboni odiavano troppo i pennaioli per averne anche al proprio servizio), si limitarono a passarle agli atti del processo Spaventa. (Tutto lo spirito del Bonghi è riposto in quel continuo ripetere «rizzare» e «rizzamento» alla napoletana!).

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