Lezione di marxismo

Palmiro Togliatti
Rinascita, a. II, n. 3, marzo 1945, pp. 94-95. Non firmato

Antonio GramsciErnesto Buonaiuti nell’«Epoca» (e. b. nel «Risveglio»)[1] ci vuole dare – a proposito del magistrale scritto di Gramsci sulla questione meridionale -. una lezione di marxismo. Egli trova non marxista il metodo seguito da Gramsci, il quale, analizzata la posizione economica e sociale del Mezzogiorno nei rapporti con il Settentrione, prosegue la sua indagine sino a disegnare con cura i fatti e movimenti ideologici che corrispondono a questa struttura e reagiscono sopra di essa. Secondo Buonaiuti, Antonio Labriola se la cavava più rapidamente, col dire che il Mezzogiorno è il mercato del Nord, che da questo derivano tutte le sue sciagure e il problema del Mezzogiorno non sarà risolto se non quando questo fondamentale rapporto economico sia stato alterato da imprevedibili circostanze storiche.[2]

A noi rincresce assai di non conoscere se non attraverso i ricordi del Buonaiuti quello che Antonio Labriola diceva a questo proposito. Se lo conoscessimo, certo vi troveremmo una ricchezza d’analisi e di sfumature che all’allievo seminarista può benissimo essere sfuggita. Non stupisca però il Buonaiuti se gli diciamo che gli studiosi del marxismo riconoscono proprio nel Labriola una tendenza a certa interpretazione unilaterale, limitata e in fondo fatalistica delle dottrine del socialismo scientifico. È questa tendenza che condusse Antonio Labriola a sbagliare profondamente, per esempio, nel giudizio del colonialismo italiano e, più in generale, rese poco feconda la sua azione di teorico del socialismo in Italia.

Antonio Gramsci, che del Labriola fu studioso attento ed allievo nel vero significato di questa parola, corresse questa errata tendenza. Il marxista non riduce e non può ridurre l’analisi dei fatti storici e politici a mettere in luce un semplice rapporto di causa ed effetto tra una situazione economica e una situazione politico-sociale. Così intesero il marxismo, da noi, gli orecchianti, ignari che per un marxista lo stesso rapporto di causalità è qualcosa di molto complicato ed implica azione e reazione, interdipendenza e contrasto, per cui (e lo dice Lenin) il processo storico è nel suo complesso «causa sui» e contiene sempre in sé, secondo la trama di uno sviluppo dialettico di forze reali, non soltanto la propria giustificazione, ma l’elemento positivo e il negativo, la contraddizione e la lotta. Per questo non vi è niente di assurdo nel pensiero di Gramsci, quando egli addita il doppio carattere dell’ideologia crociana, nazionale in quanto ha dato agli intellettuali meridionali una funzione nel quadro di tutto il paese, reazionaria per aver fatto di essi l’elemento di coesione di una società che era fondata sull’asservimento delle grandi masse popolari e di cui era condizione la grande disgregazione sociale del Mezzogiorno. Divergente dal marxismo come noi lo intendiamo è invece quell’attendersi la soluzione della questione del Mezzogiorno da «imprevedibili» circostanze storiche che modifichino quel rapporto strettamente economico. Qui si cade, come accennavamo sopra, nell’astratto e sterile fatalismo.

È vero che l’economia non è dominata da noi, per lo meno fino a che viviamo in regime di anarchia capitalistica; la conoscenza esatta, però, non solo di un generico rapporto di causa ed effetto, ma di tutto un complesso di relazioni che si traducono in volontà, propositi, aspirazioni di uomini e di masse, in formazioni politiche, e in correnti di pensiero e di cultura, è quello che ci permette di intervenire attivamente, come avanguardia operaia organizzata, per modificare lo sviluppo storico, accelerando, togliere gli ostacoli, render più deboli le resistenze.

Il marxismo di Gramsci era un marxismo vivente. Per questo fu efficace, orientò migliaia e migliaia di uomini e li organizzò per l’azione, creò un partito, dette al popolo italiano una guida concreta nella lotta per la sua emancipazione, e non solo un «criterio di interpretazione» di certi avvenimenti o una serie di profezie più o meno giuste.

Quanto all’affermazione di Gramsci circa la impossibilità di riforme religiose di massa in Italia, per le condizioni moderne della civiltà, ci esimiamo di rinviare il Buonaiuti alle considerazioni decisive di Federico Engels circa il momento in cui i rivolgimenti politici e sociali cessano dall’assumere carattere e forma di rivoluzioni religiose. Ci limitiamo a fargli presente come gli scarsi e discutibilissimi risultati dell’attività di tutti coloro che assunsero, nel nostro paese, posizioni analoghe alle sue, sia una riprova della giustezza della tesi sostenuta dal grande nostro scomparso.

—–
NOTE

1. E. Buonaiuti, “Nord contro Sud”, in Epoca, 3 aprile 1945; poi, siglato e con il titolo “Nord e Sud”, in Risveglio, a. I, n. 5, 1945, p. 1. Torna su
2. Buonaiuti, nel suo articolo, aveva attribuito questi giudizi a Labriola ricordando alcune lezioni universitarie da lui seguite. Torna su

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