La politica di Gramsci

Palmiro Togliatti
L’Unità, edizione meridionale, n. 21, 30 aprile 1944, p. 2. Firmato Ercoli

Antonio GramsciRicordo benissimo che una delle ultime parole di Gramsci che mi vennero trasmesse, in forma di consiglio e di guida, dagli amici che negli ultimi anni della sua esistenza tenevano il difficilissimo collegamento tra lui e la direzione del nostro partito, riguardava la necessità che noi facessimo una politica “nazionale”. Eravamo alla vigilia dell’inizio delle avventure imperialistiche del fascismo, che hanno tratto l’Italia alla rovina, e allora discutemmo molto, tra di noi, circa il valore di quel consiglio. Vi era che ne riduceva la portata e ne falsava il senso. Gramsci ci avvertiva – pensavano – di non prender troppo violentemente di petto, nella nostra agitazione, la corrente di nazionalismo esasperato che il fascismo sembrava aver suscitato nel popolo. È evidente, però, che non si trattava di questo. L’occhio d’aquila del pensatore marxista scorgeva senza dubbio la crescente decomposizione della società italiana, prevedeva il crollo che allora si stava preparando e voleva dirci, invece, che sarebbe toccato alla classe operaia e a noi, suo partito di avanguardia, metterci alla testa di tutte le forze sane del paese e guidarle per uscire dal baratro. Non era delle forme della nostra agitazione che egli voleva parlarci, ma della sostanza della nostra politica. Egli ci ammoniva di continuare, nella situazione in cui ci saremmo trovati alla caduta della tirannide fascista, la politica da lui iniziata prima nel 1919 e poi nel 1924, e che tendeva a porre e risolvere in tutta la sua ampiezza la questione della unità vera e della rinascita della nazione italiana.

Come scintillavano d’ironia e di sprezzo per la sufficienza e l’ignoranza dei critici, gli occhi di Gramsci, quando sentiva tacciare come “sindacalista”, ristrettamente “operaistica” e corporativa la politica fatta da noi a Torino nel dopoguerra immediato, nel 1919 e nel 1920. In realtà noi fummo i soli che riuscimmo a conquistare agli operai organizzati nel Consiglio di fabbrica non solo la simpatia, ma l’adesione politica concreta della intellettualità, e a dimostrare le capacità costruttive del proletariato non su un piano corporativo, ma nazionale. Non per nulla Gobetti, da noi aspramente criticato agli inizi, finì per riconoscere e affermare egli stesso questa funzione. Era stato anche lui, volere o no, alla nostra scuola.

K’essenziale è che già nel 1919 la politica di Gramsci si fondava sopra una visione integrale dei problemi italiani, a partire dall’aspra scissione di classe che opponeva nel Settentrione la grossa borghesia reazionaria e gli agrari a un proletariato industriale e agricolo giovane ma bene organizzato e combattivo, sino alla decomposizione sociale mantenuta ad arte da quella stessa borghesia nelle regioni meridionali, e sino alla necessità di rompere il giogo di particolare oppressione e sfruttamento che nell’ambito dello stesso Stato italiano schiacciava in modo particolare regioni intere, come la Sicilia, come la Sardegna. La funzione nazionale della classe operaia non consisteva soltanto nel dirigere i colpi contro i gruppi reazionari autori del sistema da cui traevano origine la divisione e la miseria del paese. Essa consisteva nel rendere consapevoli tutti gli strati della popolazione lavoratrice, dall’intellettuale all’artigiano e al contadino, dal piccolo e medio coltivatore e dal professionista del Mezzogiorno sino all’autonomista o separatista siciliano e sardo, della necessità di affiancare a quelle del proletariato le loro forze, poiché il nemico ch’essi dovevano combattere se volevano risolvere i loro propri problemi vitali era lo stesso contro cui il proletariato insorgeva per le stesse necessità oggettive del suo sviluppo, come classe.

Nel 1924, quando Gramsci prese direttamente nelle sue mani la direzione politica del nostro partito, questa fu l’idea centrale e le poche ma efficacissime cose che egli scrisse a questo proposito ebbero una ripercussione profonda in tutto il paese, appunto perché a tutto il paese indicavano la sola via possibile di rinascita.

Nel quadro che sta oggi davanti a noi un elemento non solo si è aggiunto, ma è diventato predominante. La dimostrazione che la politica reazionaria condotta dalle caste dirigenti, in forme diverse, nel corso di settant’anni, doveva portare inevitabilmente, attraverso l’esasperazione tirannica e imperialistica del fascismo, a una catastrofe dello Stato italiano – questa dimostrazione, purtroppo, non ha più bisogno di essere data con le parole. Il crollo del fascismo non ha però risolto nessun problema, se non quello di aprire la strada all’azione organizzata delle masse lavoratrici.

I gruppi reazionari estremi sono stati sbaragliati, ma nello stesso tempo la decomposizione e la scissione nascoste sono diventate sfacelo aperto e rovina generale. È la classe operaia che, attraverso il suo partito, deve dare il segnale dell’unità di quanto rimane di sano nella lotta per la liberazione. È alla classe operaia che spetta ricostruire un’Italia in cui sia finito il regime degli odiosi privilegi e il popolo, libero di disporre dei suoi destini, abbia aperta davanti a sé la via del progresso. Ma è solo applicando la “politica di Gramsci”, cioè stringendo una salda alleanza con gli strati medi delle campagne e delle città, prendendo la loro difesa, facendo proprie le loro rivendicazioni e riparando radicalmente i torti fatti a intiere parti del nostro paese, come il Mezzogiorno, la Sicilia, la Sardegna, che la classe operaia riesce ad adempiere questo suo compito. In questo momento in cui si inizia un nuovo periodo della storia del nostro paese, noi sentiamo veramente che lo spirito di Gramsci ci deve guidare. Egli ha creato il nostro partito. Egli ha determinato la funzione nazionale del proletariato in lotta per la sua emancipazione. Egli ha previsto le vie della resurrezione del nostro paese.

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