In memoria di Antonio Gramsci

Palmiro Togliatti
Discorso pronunciato da Togliatti a Mosca il 27 maggio 1937 nell’ambito di una manifestazione commemorativa del Soccorso rosso internazionale

È trascorso un mese da quando a Roma, in un letto d’ospedale, dietro le sbarre di una prigione, ebbe termine la vita del compagno Gramsci, torturato dai carcerieri fascisti.

Noi siamo qui riuniti non solo per onorare l’incancellabile memoria del grande compagno e amico, capo della classe operaia italiana, combattente votato alla causa del socialismo, straordinario intellettuale marxista. Noi siamo qui riuniti anche per levare la nostra voce contro il vergognoso, crudele, barbaro delitto commesso dal fascismo, che condannò il compagno Gramsci ad una morte lenta e tormentosa.

Gramsci non è morto, è stato ucciso. Ucciso dal fascismo. La classe operaia, i lavoratori, i combattenti della libertà e del progresso in tutto il mondo chiedono al fascismo e a Mussolini il conto di questo delitto. I carnefici fascisti devono rispondere, poiché essi hanno privato il proletariato internazionale e l’umanità avanzata e progressista di uno tra i più lucidi, profondi e alti ingegni, poiché essi con raffinata crudeltà hanno ucciso una splendida vita, totalmente dedicata alla causa della liberazione dei lavoratori, alla causa della libertà e della pace, alla causa della conquista della felicità per l’umanità intera.

Per dieci anni e mezzo quest’uomo, debole nel fisico ma forte nello spirito, è stato prigioniero del fascismo. I fascisti sapevano che l’organismo di Gramsci, corroso dalla malattia, non avrebbe sopportato la lunga carcerazione in una cella cupa, umida e soffocante. Ma, non soddisfatti di ciò, i carcerieri usarono nei confronti di Gramsci le più abbiette persecuzioni, l’atteggiamento più insolente, le più spregevoli angherie. L’odio di classe della borghesia reazionaria non conosce limiti nell’ignominiosa, disumana crudeltà.

Che i lavoratori di tutto il mondo, che tutti coloro i quali mantennero la coscienza e la compassione umana sappiano che i fascisti lentamente, poco a poco, con crudele raffinatezza, uccisero il nostro compagno. Che tutti sappiano come nel corso di lunghi anni il fascismo fece tutto il possibile per privare Gramsci del sonno, che nella sua cella, per ordine degli assassini fascisti, tre volte ogni notte irrompevano i carcerieri, e non concedevano nemmeno un’ora di riposo.

Soltanto dopo una dura e continua battaglia l’infelice prigioniero riusciva ad ottenere che gli dessero ogni tanto le medicine per sostenere per tempo il suo organismo straziato dalla solitudine e dalle torture intollerabili del regime carcerario.

Mai, nemmeno una volta, egli ricevette le cure mediche. Anche quando la malattia si acutizzava in modo particolare, nella sua cella arrivavano non i dottori, ma gli scellerati fascisti; essi, schernendolo, gli urlavano in faccia che lo odiavano, che entravano nella sua cella solo per essere testimoni della sua morte.

Solo in seguito alla lotta tenace dei lavoratori e degli antifascisti del mondo, i carcerieri fascisti furono costretti due anni fa a trasferire Gramsci in ospedale.

Ma neanche in ospedale, tutti lo sappiamo, cessarono le angherie verso il compagno Gramsci. La piccola corsia d’ospedale in cui custodivano quell’uomo ormai morente, stremato fino all’estremo limite, fu trasformata in una cella con grosse inferriate alle finestre: 18 carabinieri e 2 poliziotti, a turno, sorvegliavano il prigioniero. Qui, isolato dal mondo intero, il compagno Gramsci soffriva, rimanendo immobile per settimane nella branda, e nell’ultimo periodo quasi in stato di incoscienza. Qui, in questo «ospedale» fascista, non si permetteva ai medici di assisterlo, né gli fu prestato alcun soccorso. Dopo l’annuncio dell’amnistia per Gramsci, continuarono comunque a tenerlo in stato d’arresto.

In nessun altro modo è possibile spiegare un simile atto, di un arbitrio totale e palese, se non con il fatto che gli assassini volevano compiere fino alla fine la loro azione delittuosa. Ed essi raggiunsero lo scopo. Gramsci morì ancora in mano ai fascisti, sebbene il periodo di pena fosse già scaduto. Morte sospetta, avvenuta proprio nel momento in cui per i carcerieri fascisti si profilava la liberazione della loro vittima. Non morte, ma ignominioso delitto, e deve essere vendicato.

Fino all’ultimo momento né l’inflessibile volontà, né l’intransigenza nella lotta abbandonarono Gramsci. Il coraggio tenace e la stoica fermezza con cui sopportò tutte le persecuzioni infami dei nemici fanno di lui uno dei martiri più illustri, caduti per la causa della classe operaia, per la libertà e per la pace, per il socialismo.

L’odio della borghesia reazionaria non conosce limiti, il suo spirito di vendetta non conosce perdono. Uccidendo Gramsci il fascismo eseguì l’ordine degli strati più reazionari della borghesia italiana, di un pugno di avidi capitalisti, di vili e crudeli banchieri e latifondisti, i quali, difendendo le loro proprietà e i loro sanguinosi profitti, condannarono il popolo italiano alla povertà e alla schiavitù. Ai fini della realizzazione dei loro piani di rapina, essi aspirano nuovamente oggi a gettare i popoli di tutta Europa nel baratro della guerra imperialista, di un nuovo sanguinoso conflitto mondiale.

Gramsci fu implacabile nemico di queste classi reazionarie, egli tutta la vita condusse contro di esse un’aspra lotta – lotta senza il minimo tentennamento, senza qualsivoglia compromesso, senza interruzione né riposo.

Il grande figlio del popolo italiano, sottoposto al giogo dello sfruttamento capitalista e della maledetta eredità dei secoli passati, nacque in una povera famiglia di contadini nell’isola di Sardegna, classico paese di povertà e di miseri pastori. Qui lo spirito di rivolta dominava le masse, giacché la borghesia le sottoponeva, specialmente in questa regione, ad un avido sfruttamento, simile al livello dello sfruttamento effettuato sui popoli delle colonie. Avendo conosciuto la povertà dei contadini sardi nei primi anni della sua vita, Gramsci fu pervaso da un odio profondo per la società capitalista.

Sin dai primi gironi della sua infanzia, egli capì appieno come la borghesia capitalista italiana opprimesse i contadini e gli operai italiani, come essa costruisse il proprio Stato e salvaguardasse il proprio potere, stringendo alleanza con tutti gli elementi reazionari del paese, mantenendo nelle campagne le condizioni del regime feudale, costituendo un apparato di crudele persecuzione del movimento di massa, privando i lavoratori italiani delle libertà e dei diritti elementari.

Lo spietato sfruttamento e l’oppressione dei contadini erano le principali condizioni del dominio di classe della borghesia italiana, ed esse hanno sempre suscitato lo sdegno delle migliori menti del paese. La grandezza politica di Gramsci consiste nell’innovazione che egli portò alla causa della lotta dei lavoratori italiani contro il capitalismo, in cui dimostrò che il problema della liberazione dei contadini italiani dalla propria secolare povertà non può essere risolto da nessuna riforma, nessun miglioramento economico parziale: il problema della liberazione politica ed economica dei contadini era legato strettamente alla causa della rivoluzione proletaria socialista. Soltanto la dittatura degli operai e dei contadini, scacciando la borghesia capitalistica dal potere statale e politico, può porre fine a qualunque sfruttamento dell’uomo sull’uomo, liquidare tutti i resti della reazione dei secoli passati e liberare definitivamente le masse popolari da ogni forma di bisogno e schiavitù.

Il compagno Gramsci assimilò subito e comprese a fondo le posizioni fondamentali del marxismo-leninismo; questo gli dette la possibilità di percorrere la strada giusta, di analizzare esattamente per divulgare con successo tutti i fondamenti economici e i problemi politici della rivoluzione italiana.

Partito dalla Sardegna, trascorse gli anni di studio a Torino, grosso centro industriale del paese, dove erano concentrate masse compatte di proletariato, che avrebbero avuto successivamente, durante la guerra e negli ultimi anni, un ruolo decisivo nella lotta rivoluzionaria del popolo italiano contro la borghesia. Gramsci cominciò a imparare da queste masse, continuando il profondo studio teorico del marxismo.

Questo fu il periodo delle vigilia della guerra mondiale. Si sollevò in tutto il paese un’ondata di scioperi e lotte politiche di massa. I lavoratori del Nord Italia, che erano riusciti a costituire una potente organizzazione sindacale, indissero grandiosi scioperi e strapparono alla borghesia significative concessioni. Lo sciopero dei metallurgici torinesi, che si era prolungato per mesi, terminò con la vittoria degli operai, che avevano mostrato i miracoli dell’organizzazione, della disciplina, dell’abnegazione. Sotto l’assalto del movimento dei lavoratori e delle masse contadine, la borghesia fu costretta a concedere il suffragio universale. I contadini del Sud e delle isole per la prima volta furono coinvolti nella vita politica del paese. La loro indignazione sfociava talvolta in violente esplosioni di protesta, testimonianza di un’atmosfera rovente e presagio della tempesta in arrivo.

In questo periodo, alla scuola della classe operaia, Gramsci si persuase che il proletariato – una forza giovane, ardente, rivoluzionaria, che cresceva nelle esperienze organizzative, nella disciplina e nella fermezza -, per il ruolo stesso che aveva nella produzione capitalistica, è l’unica classe in grado di condurre le masse nella lotta contro il capitalismo, per il rovesciamento del regime di sfruttamento e di schiavitù. Contemporaneamente Gramsci vide che il partito socialista e l’organizzazione sindacale si trovavano nelle mani di gente pronta a vendersi o ad adattarsi al regime capitalista, che diventava serva della borghesia ed era del tutto incapace di assolvere una funzione rivoluzionaria.

Nei primi mesi della guerra mondiale la posizione di Gramsci fu chiara: egli si trovava all’estrema sinistra del partito socialista. Indipendentemente da ciò, egli si pose il problema di quale forma dovesse assumere la lotta del proletariato – e non soltanto per il miglioramento delle condizioni della sua esistenza sotto il capitalismo, ma anche per il rovesciamento del dominio economico e politico della borghesia per la costruzione della società socialista senza classi. Ed ecco, studiando le forme di lotta e organizzazione della classe operaia nell’impresa capitalista, Gramsci per la prima volta elaborò i principi direttivi di quel Consiglio di fabbrica che ebbe un grande ruolo durante la crisi rivoluzionaria del dopoguerra, e mise la parte più avanzata del proletariato italiano di fronte ai problemi della conquista del potere. Quando scoppiò la grande Rivoluzione proletaria d’ottobre, Gramsci fu l’unico uomo del Partito socialista italiano e del movimento operaio italiano in grado di capire fino in fondo i significato e mondiale e storico di questa rivoluzione, e di trarre da essa le conclusioni per organizzare e dirigere la rivoluzione in Italia.

Gramsci fu il primo studioso e divulgatore di Lenin e del leninismo in Italia. Utilizzando i contatti internazionali a lui accessibili, egli tradusse in italiano le opere di Lenin e i documenti fondamentali del partito bolscevico del periodo della Rivoluzione d’ottobre. La rivista pubblicata a Torino dal 1° maggio 1919 iniziò moltissimi allo studio e alla divulgazione della Rivoluzione d’ottobre, dei suoi fini e dei suoi insegnamenti.

Partendo dai fondamenti della Rivoluzione d’ottobre e dall’opera di Lenin, Gramsci instillò nel movimento operaio italiano le basi del marxismo: il concetto della dittatura del proletariato. I riformisti e i sedicenti rivoluzionari, che guidavano il Partito socialista italiano, non soltanto avevano dimenticato questo concetto, ma le parole stesse «dittatura del proletariato» furono rimosse dalle traduzioni italiane delle opere di Marx ed Engels.

Formatosi sulle lezioni della Rivoluzioni d’ottobre e sulle dottrine di Lenin, Gramsci spiegò inspiegabilmente alla classe operaia che i Soviet, come forma di organizzazione della lotta rivoluzionaria della classe operaia per il potere, e come forma dell’organizzazione dello Stato della dittatura del proletariato, creati dalla Rivoluzione d’ottobre, possedevano un significato straordinario per la causa del proletariato mondiale e per il movimento rivoluzionario in tutti i paesi. Gramsci capì e proclamò chiaramente che il Partito socialista non sarebbe riuscito a ricoprire il proprio ruolo di guida rivoluzionaria, a meno che non fosse stato completamente ricostruito dalle fondamenta, da esso non fossero stati espulsi gli elementi centristi e riformisti, non avesse ricostruito appieno i metodi del suo lavoro, per diventare il partito combattente rivoluzionario della classe operaia a tutti gli effetti.

Il più grande merito di Gramsci – quello che gli assegna un posto speciale fra tutti gli elementi di sinistra del Partito socialista del dopoguerra – consiste nel fatto che questo grande figlio della classe operaia non solo assimilò le lezioni fondamentali della Rivoluzione d’ottobre e della dialettica di Lenin, ma aiutò il proletariato italiano, che della classe operaia era l’avanguardia, ad assimilarle, e gli insegnò a metterle in atto nella vita.

Tra Gramsci e gli operai di Torino si stabilì in quel periodo un’indimenticabile, intima, fraterna collaborazione. Le opere di Gramsci creavano la base del movimento dei Consigli di fabbrica e dettero agli operai un programma chiaro e preciso.

Egli divenne il loro capo, e questo determinò il ruolo d’avanguardia del proletariato di Torino nel movimento rivoluzionario del dopoguerra, che esso rivestì successivamente.

Nell’agosto del 1917 scoppiò la rivolta degli operai torinesi contro la guerra imperialista. Gli operai rivoluzionari dettero a Gramsci la fiducia che aveva meritato, lo misero a capo della sezione socialista, che allora era stata decapitata dalla reazione.

Alla fine della guerra, la parola d’ordine lasciata da Gramsci – creazione immediata dei Consigli di fabbrica, i quali sarebbero diventati gli organi dell’unità di tutti gli operai nell’impresa e il fondamento più ampio possibile della lotta per il potere e per l’affermazione della dittatura del proletariato – diventerà la parola d’ordine di tutto il proletariato torinese e degli elementi più avanzati della classe operaia in tutto il paese. Il movimento dei Consigli di fabbrica si sviluppò rapidamente, mettendo terrore alla borghesia e aumentando lo spirito rivoluzionario delle masse operaie, che finalmente vedevano di fronte a sé la prospettiva di una lotta concreta per il potere.

La borghesia tentò di distruggere questi Consigli con la forza. La classe operaia rispose con un sciopero imponente, che paralizzò per due settimane l’attività di tutte le industrie della regione.

L’offensiva degli imprenditori era fallita. Gramsci vide che, diffondendo il movimento dei Consigli di fabbrica in tutta Italia, nelle condizioni di crisi rivoluzionaria, nelle condizioni di crisi rivoluzionaria in cui versava il paese, era possibile scatenare la lotta vittoriosa del proletariato per il potere. Gramsci si rivolse ad altri elementi di sinistra del Partito socialista, per cercare con loro un accordo concreto sull’organizzazione e la conduzione della lotta rivoluzionaria in tutto il paese. Le sue proposte furono naturalmente respinte. Il proletariato italiano, tradito dai suoi capi, riformisti e centristi, non era in grado di sconfiggere la borghesia, e quest’ultima, avendo capito il pericolo che minacciava l’intera sua esistenza, si organizzò rapidamente, riunì le sue forze e passò al contrattacco. Tutti gli elementi reazionari delle classi dominanti si raggrupparono intorno al fascismo, distrussero le organizzazioni operaie e imposero apertamente la propria dittatura nella forma del fascismo.

Dalla fine della guerra fino a quel momento, quando l’Italia si trovava in preda al caos, e irresponsabili demagoghi in seguito passati al fascismo o fuggiti dal campo di battaglia trionfavano nel «Partito socialista», Gramsci instancabilmente levava la propria voce indicando il pericolo che minacciava la classe operaia, combattendo nel partito per la rivoluzione politica: «La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che procede, o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano una ripresa della produttività o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e delle casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo a un lavoro servile. Esse cercheranno di sconfiggere gli organi della lotta politica della classe operaia e rinchiudere le organizzazioni sindacali nell’apparato dello Stato borghese».[1]

Così scriveva Gramsci nel 1920, proclamando la necessità di una lotta accanita contro il riformismo e il centrismo, la necessità di creare un partito rivoluzionario, basato sulle forme e i principi della Terza Internazionale.

Nel 1921, quando fu fondato il Partito comunista d’Italia, Gramsci non solo era nel novero dei suoi fondatori, ma ne divenne il capo, colui che mostrò al partito la strada del suo sviluppo. Con la fondazione del Partito comunista, iniziò un nuovo periodo nella vita e nell’attività di Gramsci. Senza allentare mai, nemmeno per un istante, la battaglia contro i centristi e i riformisti, responsabili della sconfitta del proletariato del dopoguerra, sempre strettamente legato ai dirigenti dell’Internazionale comunista. Gramsci con maggiore forza diresse il tiro contro il settarismo e il dottrinarismo di sinistra che predominavano nel Partito comunista d’Italia. E in questo campo la lotta che Gramsci si trovò a condurre fu lunga e difficile, poiché i quadri del Partito comunista, colpiti dal fascismo, e in parte anche per reazione alla politica di tradimento dei riformisti e dei centristi, erano inclini al rinchiudersi, a concentrarsi nello spirito del settarismo e a perdere il legame con le masse.

Bordiga, contro il quale Lenin aveva combattuto ancora nel 1920, e che ora è precipitato nel campo del trockismo controrivoluzionario, cercava allora di mantenere il partito in una condizione di impotenza settaria e, imponendogli l’ideologia antimarxista, di mobilitarlo contro il partito bolscevico e contro la direzione del Comintern. E Gramsci si oppose nuovamente a Bordiga, lo smascherò e nel corso di una lucida battaglia ideologica e politica ottenne la sua espulsione dalla direzione del partito. Nel corso di questa battaglia, Gramsci, dopo aver trascorso un anno in Urss, insegnò al partito italiano a capire il significato storico e mondiale di Stalin, divulgò le opere e il pensiero del grande continuatore dell’opera di Lenin, alla guida del Partito bolscevico.

Nel 1924, quando il fascismo fu interamente scosso dalla crisi provocata dall’assassinio di Matteotti, Gramsci indicò al partito la linea bolscevica. Egli dimostrò agli operai la necessita di colpire al cuore il fascismo; nel periodo della sua ultima, decisiva politica, egli smascherò la debolezza e l’indecisione dei partiti borghesi antifascisti. Quando, in segno di protesta per l’assassinio di Matteotti, i partiti antifascisti lasciarono il Parlamento, Gramsci, in testa alla frazione parlamentare comunista, abbandonò a sua volta il Parlamento, ritenendo che le masse non avrebbero condiviso una diversa tattica del partito. Per questo, mentre partecipava alle riunioni dell’opposizione antifascista, egli propose di dare inizio alla lotta decisiva per il rovesciamento del governo di Mussolini, esortando gli operai allo sciopero generale e i contadini alla disobbedienza fiscale.

I democratici e i riformisti, temendo il movimento di massa più della vittoria del fascismo, respinsero le proposte di Gramsci. Da quel momento, nei sentimenti delle masse operaie, cominciò un deciso movimento verso il Partito comunista. Gramsci non risparmiò le sue forze nella direzione del movimento, per l’unione del partito, dei suoi quadri giovani e inesperti, delle sue deboli organizzazioni con le masse operaie e contadine. E in quel periodo il Partito comunista d’Italia ottenne un successo decisivo nella linea della sua trasformazione in partito di massa bolscevico a tutti gli effetti. Gramsci proseguì fino alla fine la sua opera per l’accrescimento delle forze guida della rivoluzione italiana e indicò, nei tratti fondamentali, la tattica e la strategia rivoluzionaria che il Partito comunista doveva adottare per realizzare una proficua alleanza fra i contadini e la classe operaia, riunendo attorno a quest’ultima tutte le forze progressiste del paese, e per abbattere il sanguinoso regime delle camicie nere.

Nel periodo in cui lavorava a questi obiettivi, egli fu arrestato. Nel 1926 fu gettato in carcere dal fascismo. La borghesia reazionaria vedeva in Gramsci il suo mortale nemico, e prese le misure necessarie affinché egli non potesse continuare la sua opera. Essa decise di cominciare a distruggere quella forza, soffocare quella voce, sopprimere la mente e il cuore di tutta l’organizzazione, di tutta la direzione dell’avanguardia rivoluzionaria della classe operaia.

Al processo di Gramsci nel 1928, il pubblico accusatore fascista, malgrado la palese infondatezza dell’accusa portata a Gramsci dalla polizia fascista (complotto contro la sicurezza dello Stato), dichiarò cinicamente: «Noi dobbiamo impedire a questo cervello di pensare per almeno vent’anni. Ecco tutto».

In carcere la vita di Gramsci continuò a trarre motivazione dalla lotta contro il nemico di classe, ma essa assunse nuove forme. Ogni giorno, ogni ora Gramsci combatté per non farsi sopraffare dal nemico, per conservare le proprie forze per la classe operaia e il partito. La sua vita in carcere fu un modello di serenità, perseveranza e dignità di rivoluzionario.

Malato, morente, egli trovò in sé forze sufficienti per rispondere ai carcerieri fascisti, che gli consigliavano di rivolgersi a Mussolini con una domanda di grazia e con la promessa di sottomettersi al fascismo: «Voi mi ordinate il suicidio! Io non voglio uccidermi!».

Nelle camere di tortura fasciste, dove languivano migliaia tra i figli migliori del popolo italiano, si ripetevano queste parole di Gramsci. Passavano di bocca in bocca, mantenevano, rincuoravano, trasmettevano ai prigionieri il coraggio e la fede.

Fino all’ultimo giorno della sua vita Gramsci combatté come bolscevico, come capo del partito della rivoluzione proletaria. Gli assassini fascisti ebbero ragione del suo corpo, che riuscirono a distruggere. Ma vincere la sua volontà, il suo spirito di combattente rivoluzionario, questo non era nelle loro forze. Il grande spirito e la grande volontà di Gramsci vivono e vivranno d’ora innanzi nel cuore del Partito comunista d’Italia, nel partito che creò e formò, e di cui tracciò il percorso.

Con la comparsa di Gramsci, nelle file del movimento operaio italiano apparve una nuova forza rivoluzionaria. A differenza di tutti gli altri dirigenti del movimento socialista, qualche volta soltanto confusi e sentimentali democratici, che disdegnavano la teoria e le scienze, Gramsci fu marxista autentico e rigoroso, profondo e coerente, che realizzò in sé gli insegnamenti di Marx ed Engels e riuscì a rendere questi insegnamenti nella guida all’azione del partito rivoluzionario.

Gramsci marxista fu un fedele leninista e stalinista, perché capì e comprese Lenin e Stalin, perché si formò alla loro scuola rivoluzionaria, sotto la loro guida divenne fondatore del partito, a cui trasmise la propria capacità di tradurre in azione gli insegnamenti di Marx, Engels, Lenin e Stalin. Come ho già detto, nel movimento operaio italiano Gramsci fu il primo bolscevico.

Gramsci fu un figlio del popolo italiano, la cui vita e storia egli conosceva come nessun altro. Egli amò il suo popolo, visse con lui tutte le sue sofferenze, lo volle vedere libero e felice. Ma Gramsci fu anche un vero internazionalista, e seppe darsi interamente e senza riserve alla lotta di classe del proletariato di tutti i paesi, per la felicità e la liberazione di tutta l’umanità sofferente.

Gramsci non smise mai di imparare dai maggiori capi del proletariato e possedeva il dono dell’analisi, il talento di organizzatore e di guida, indispensabili per un dirigente comunista. Egli possedeva la capacità di vivere gli interessi delle masse operaie, di unirsi e lavorare con loro, di imparare dalle masse. Per questo egli fu non soltanto popolare, ma amato dagli operai come un amico, come un fratello. La sua casa era il luogo del pellegrinaggio degli operai. Moltissimi amici giungevano dalle fabbriche e dagli stabilimenti per conversare con lui, per condividere i problemi della loro lotta quotidiana, per chiedergli consigli e indicazioni. Ed egli a lungo parlava con gli operai, ponendo loro domande e ascoltandoli. Dalle sue conversazioni con loro, da questo contatto vivo con le masse operaie, egli trasse la conoscenza dei fatti, che lo orientarono con precisione, gli dettero la possibilità di verificare la giustezza delle parole d’ordine e dell’attività del partito. La sua attività direttiva politica nel partito si basò sulla collaborazione con la classe operaia.

Ottimo marxista-leninista, Gramsci fu naturalmente un formatore di quadri abile ed esperto. Egli sconfisse nel Partito comunista d’Italia la falsa teoria del rinnegato Bordiga, secondo la quale il partito non si sarebbe dovuto interessare alla formazione dei quadri[1], per cui al buon comunista non erano necessarie, pare, altre attitudini oltre alla capacità di adempiere alle direttive del centro. La principale preoccupazione di Gramsci consisteva precisamente nella formazione dei compagni, nel desiderio di insegnar loro a condursi autonomamente nella lotta politica sulla base dei principi del leninismo, sulla base dell’esatta conoscenza dei fatti e dei legami con la classe operaia.

Sin dalla prima infanzia vissuta nella morsa crudele del bisogno, il compagno Gramsci era sempre stato fisicamente debole. Ma la sua vita fu piena, ed egli amò e capì la vita in tutti i suoi aspetti. Egli sapeva ridere e rallegrarsi come un bambino. L’odio che egli nutriva per la menzogna e la violenza, per l’ipocrisia e la falsità, fece di lui il continuatore dell’opera delle menti migliori del popolo italiano, un audace combattente nella lotta secolare contro l’oscurantismo, contro la reazione e il servilismo. Gramsci amò e comprese appieno i bambini, seppe trovare con loro una lingua comune, seppe coinvolgerli con mille giochi e racconti allegri. Chiunque vedeva i suoi occhi ridenti, non avrebbe dimenticato quel sorriso.

Come capo politico, come amico, come uomo, il compagno Gramsci fu degno di grande rispetto e di grande amore, meritatamente i lavoratori d’Italia lo seguirono.

Il fascismo, il carceriere d’Italia Mussolini, cinico assassino di centinaia e di migliaia di proletari e rivoluzionari del nostro paese, mostro al servizio della borghesia reazionaria, colui per ordine del quale in Spagna i cacciabombardieri uccidono donne e bambini, strappò Gramsci alle nostre file. Questa perdita è un grave peso, per tutti noi, per il nostro partito, per l’Internazionale comunista. Una sventura per la sua famiglia, per i suoi due figli, i quali conservavano del padre solo un ricordo confuso, ma che già capiscono che il loro compito sarà di combattere al fianco della rivoluzione proletaria non solo per vendetta, ma per compiere fino alla fine quell’opera a cui il loro padre consacrò tutta la vita, e cadde lottando per essa.

Noi compiremo l’opera fino alla fine. La classe operaia d’Italia e il suo partito, il Partito comunista, adempiranno al dovere che Gramsci ha indicato loro.

Non si può invertire il corso della storia. I delitti della reazione possono rallentare, ma non sono nella condizione di arrestare la marcia vittoriosa del proletariato mondiale. Forse a Gramsci, morente nella corsia d’ospedale del carcere, negli ultimi giorni delle sue sofferenze erano giunte testimonianze sulla Spagna. Forse egli venne a sapere che i migliori figli del popolo italiano – comunisti, socialisti, democratici, anarchici – si erano uniti in Spagna contro il nemico comune nelle Brigate Garibaldi, e avevano inferto al fascismo la prima sconfitta presso Guadalajara. Se questa notizia gli giunse, egli senza dubbio avrà sorriso: i raggi della speranza avranno illuminato la sua agonia.

La bandiera sotto cui Gramsci combatté, e che portò fino all’ultimo minuto della sua vita – la bandiera di Marx, Engels, Lenin e Stalin – è invincibile.

Che viva sempre fra noi la memoria di Gramsci, la venerino gli operai, i rivoluzionari, gli amici della libertà, della pace, del progresso e del socialismo in tutti i paesi.

NOTE
——-
[1] Nel testo a mia disposizione (tratto da Palmiro Togliatti, Scritti su Gramsci a cura di Guido Liguori, Editori Riuniti University Press, Roma 2013) la frase viene riportata come “Egli sconfisse nel Partito comunista d’Italia la falsa teoria del rinnegato Bordiga, secondo la quale il partito si sarebbe dovuto interessare alla formazione dei quadri”. Poiché il senso non mi quadrava con il resto del paragrafo, ho ritenuto opportuno inserire il “non” indicato in corsivo. Naturalmente mi assumo tutte le responsabilità di questa scelta.

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Una risposta a In memoria di Antonio Gramsci

  1. Maurizio Acerbo ha detto:

    Segnalerei che Togliatti non poteva che fare allora – a Mosca nel 1937 – di Gramsci uno stalinista. In realtà è noto che Gramsci ebbe posizioni divergenti e su questo da decenni si esercitano gli storici e di cui discutono i comunisti.

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