Attualità del pensiero e dell’azione di Gramsci

 Palmiro Togliatti, relazione tenuta al CC e alla CCC del PCI il 7 aprile 1957
in occasione del XX anniversario della morte di Gramsci, Rinascita, aprile 1957

Antonio GramsciVenti anni sono passati dal giorno che Antonio Gramsci è scomparso dal mondo dei viventi. Quando egli morì, nel 1937, erano però ormai dieci anni che la sua voce e l’azione sua potevano dirsi spente, perché più non apparivano sulla scena aperta della vita nazionale. La polizia formulò, sulla morte, un comunicato di due righe, che tutti i giornali riprodussero, che nessuno commentò. Alle esequie, che dovettero essere fatte al più presto, senza indugiare in cerimonia alcuna, la spoglia fu seguita da due persone sole, la cognata e un fratello. Gli altri erano poliziotti, presenti forse a significare che Gramsci, anche nel trasporto funebre era in stato di oculata sorveglianza e di arresto. Sembrava dunque, e forse credettero davvero i tiranni in quel momento, che quella vita fosse per sempre chiusa. Dov’erano i compagni delle dure lotte passate? Rinchiusi nei carceri, isolati nei luoghi di confino, dispersi nell’esilio, oppure a combattere e a morire nella Spagna. Dov’era il partito che egli aveva fondato e cui aveva dato tutto se stesso? Tagliato a pezzi, ridotto a piccoli nuclei, nascosto; oggetto, apertamente, soltanto di campagne calunniose, d’insulti, di scherno. La guerra di aggressione contro l’Abissinia si era del resto chiusa con un successo, regimi di tirannide analoghi a quello italiano dominavano buona parte dell’Europa, godevano del benevolo appoggio delle democrazie occidentali, quasi fosse in essi il modello per un prossimo nuovo ordinamento politico di tutto il mondo occidentale. Poteva persino sembrare contrario alla realtà della storia, pensare conservasse un valore, se non come attestazione di tentativi falliti, l’azione di colui che aveva redatto l’Ordine nuovo, ispirato il movimento dei Consigli di fabbrica, diretto il partito comunista mentre il regime democratico dava gli ultimi sussulti. Quanto al pensiero di cui quell’azione era stata la traduzione in atto, il giudizio più benigno era forse quello del dotto che, nel ripubblicare gli scritti di Antonio Labriola, di Gramsci ispiratore e maestro, aveva avvertito che si trattava di cosa morta, morta da un pezzo e ch’era vano credere potesse mai risuscitare.

Passano dieci anni, e nel 1947, quando si pubblica la prima edizione delle Lettere dal carcere, l’Italia è già un’altra. l’Europa capitalistica, fascista o falsamente democratica, è crollata nel fuoco e nel sangue di una guerra spaventosa. il popolo italiano ha preso le armi, ha vinto, ha spazzato via la tirannide. Il partito fondato da Antonio Gramsci, alla testa delle masse popolari, è al centro della vita nazionale, ha dato a questa vita la propria impronta profonda, si cimenta, non senza successo, con i nuovi problemi che in essa si pongono, alcuni li risolve, e li risolve bene,

Incominciano a pubblicarsi, allora, i Quaderni del carcere e ciò che accade è spettacolo singolare. Si ha l’impressione di una rivelazione, perché come a una rivelazione reagisce la maggior parte dell’opinione colta. Ma dove sta la rivelazione? Si tratta di alcune migliaia di pagine, a cui Gramsci, prigioniero e infermo, ha affidato il suo pensiero, e che l’intelligente coraggio di una donna ha salvato per miracolo dalla distruzione che lo attendeva. L’indirizzo e il metodo di questo pensiero, per lo meno, non dovrebbero essere cosa nuova. Non sono altra cosa, infatti, che il marxismo, la dottrina rivoluzionaria della classe operaia, che la mente geniale di Gramsci presenta nella sua purezza genuina e rende feconda di nuove, originali, avvincenti visioni e analisi della realtà. Ma con questa dottrina tutti erano convinti di avere vittoriosamente regolato i conti, in Italia. Ne erano convinti il filosofo, il prete e i loro sagrestani, il fascista era persuaso di averla fatta fuori con le bastonate, il democratico di averla uccisa con gli argomenti. L’avevano sottoposta a giudizio cruciale, sviscerata, fatta a pezzi, per giungere tutti alla conclusione ch’era dottrina ormai da trascurarsi, un cadavere, una storia, o per lo meno una dannosa stortura, da cui era meglio essersi liberati per sempre. Si pubblicano i Quaderni, e come è balzato al centro della vita politica il partito di Gramsci, così balza al centro dell’attenzione e dello studio il suo pensiero. Non servono più a niente né i vecchi sofismi, né le troppo comode contraffazioni. Nemmeno la congiura del silenzio non è più possibile, e non solo perché il sacrificio che ha suggellato la vita di Gramsci crea attorno a tutta l’opera sua una inconsueta atmosfera di dignità e di reverenza, ma per l’intrinseco valore e perché questo pensiero si rivela proprio nel momento in cui il mondo degli studi e dell’azione, in cui la politica, la cultura, la società intiera sembrano averne maggior bisogno. Le esigenze ideali e pratiche, i quesiti che in quest’opera si presentano e cui si dà risposta sono quelli attorno ai quali tutta la vita della nazione converge e si agita, che il corso stesso della vita nazionale ha reso più acuti, improrogabili. Si chinano dunque su queste pagine uomini di azione e studiosi, adulti e giovani, pensatori e militanti di partito, delle scuole laiche e delle scuole cattoliche, comunisti, socialisti, democratici cristiani. La vita ideale di Antonio Gramsci riprende. Egli è di nuovo presente, compagno e maestro da cui non si può prescindere, in tutta la ricerca che il popolo italiano compie per aprirsi un suo nuovo cammino. Le stesse formulazioni esteriori del suo pensiero diventano, nel dibattito politico e culturale, popolari; ma soprattutto s’impongono i temi della sua indagine, il metodi, i risultati cui essa giunge.

Non voglio né nascondere né trascurare il fatto che questo sorprendente successo è dovuto, per una parte, al modo stesso come negli scritti di Gramsci vengono condotte la dimostrazione e la polemica delle idee. Questa si rivolge in tutte le direzioni e non risparmia nessuno, con giudizi precisi, taglienti. La posizione da combattersi non viene però mai considerata semplice bersaglio, contro il quale concentrare il fuoco degli avversi argomenti. Né si può dire esista una forma qualsiasi di tolleranza passiva, una tendenza qualsiasi a una conciliazione contraria ai principi. Vi è però sempre la coscienza che la posizione avversaria, quando è degna di considerazione e non puro gioco di abilità avvocatesca, fa parte di una realtà assai più complessa di ciò che può risultare dagli argomenti e dalle parole, ed è allo studio di questa realtà che bisogna rivolgersi, per mettere a nudo la sostanza dei contrasti. In questo modo il giudizio e la polemica tendono sempre alla visione oggettiva della storia, ma la storia è sviluppo e superamento di contraddizioni e in questo sviluppo si inserisce il pensiero stesso che giudica, per trovare il nesso, la conferma della propria validità. Non ci troviamo quindi di fronte a una particolare forma di abilità del ragionatore. È la sostanza stessa ed è la superiorità del pensiero marxista che in questo modo si presentano, colpiscono, persuadono. E questo pensiero immediatamente si afferma con tutta la sua attualità, che gli deriva, appunto, dal cimento e dal confronto con gli avversi metodi di pensiero e le avverse concezioni del mondo, con i quali esso davvero regola i conti, così come esige il corso della lotto pratica delle idee.

Antonio Gramsci è stato il primo, in Italia, che abbia affermato e con piena consapevolezza e conseguenza sostenuto che il marxismo è dottrina e concezione del mondo pienamente autonoma, nuova visione rivoluzionaria di tutta la realtà, nuova guida per l’azione. Era giunto a questa posizione, prima di Gramsci, Antonio Labriola. Nello svolgimento del pensiero di questo, così come sempre si coglie il distacco dalla azione realizzatrice, si avverte però, a un certo punto, un momento di grave incertezza, quasi una rottura. La rendono manifesta, in modo particolare, le considerazioni esposte nelle lezioni da lui fatte all’inizio del secolo e di cui sino ad ora non possediamo che alcuni frammenti, raccolti, col titolo Da un secolo all’altro, in quello che è stato presentato come un inizio o abbozzo di un quarto Saggio sulla concezione materialistica della storia. Tema delle lezioni è l’esame storico dell’«età liberale»; vero oggetto dell’indagine, che assilla il grande pensatore, è la «scena attuale del mondo civile», che egli intende illuminare con quella che chiama una «revisione dello stato del mondo». Questo è dominato da da fatti nuovi grandiosi, la guerra del Transvaal, la Russia che rifà a rovescio l’invasione mongolica, la crociata contro la Cina, la fine dell’indiscusso dominio inglese dei mari, la redenzione dei popoli balcanici, la trasformazione dell’Austria che ne annuncia la prossima fine, e altri ancora. Vi sono, nella visione del sociologo – con questo termine infatti egli definisce in questo caso la propria indagine – tutti gli elementi del tempestoso periodo storico che sta per aprirsi; e vi è anche l’esplicita affermazione che «la politica della conquista, della supremazia, della sopraffazione, dell’intervento da paese a paese, e della guerra, o fatta o soltanto minacciata, sia stata e rimanga l’inevitabile conseguenza, il potente ausilio e l’istrumento decisivo della espansione capitalistico-borghese». È certamente in germe, in questa constatazione, la scoperta nuova che il marxismo deve fare per svilupparsi in modo adeguato alla nuova realtà. Ma non vi è più che in germe. I rilievi sono frammentari, efficaci nell’ordine descrittivo, non uniti ancora in una complessiva analisi morfologica delle trasformazioni che si stanno compiendo, e quindi rimane incerta la visione dell’avvenire. La stessa confutazione della obiezione scettica del filosofo positivista, che «noi non sappiamo dove la storia andrà a finire», e che il Labriola riconosce savia e calzante, manca di efficacia, perché soltanto si riferisce alla astratta possibilità di una «totale retrospezione della vita del genere umano» e non alla dimostrabile necessità di un determinato corso e ritmo della storia e di compiti storici attuali, inerenti alle trasformazioni della struttura del mondo. Il pensiero di Antonio Labriola, pur sentendo le necessità della nuova scoperta ed essendo spinto verso di essa, a questo punto si è fermato, entrando alla fine persino in contraddizione con se stesso. Non è giunto e forse, per tutta la natura della sua ricerca filosofica e scientifica, non poteva giungere alla concezione dell’imperialismo come fase nuova e più alta dello sviluppo capitalistico e come premessa della rivoluzione socialista. Questo invece fu il cardine, il faro orientatore del pensiero di Antonio Gramsci. Le sue indagini e conclusioni, soprattutto negli scritti del carcere, hanno il loro centro nelle questioni della storia italiana, furono problemi della politica italiana quelli alla soluzione dei quali egli lavorò. Egli era però consapevole che le trasformazioni mature nel nostro paese si compivano nel quadro del grande movimento che spinge il capitalismo alla sua fine e in tutto il mondo genera le condizioni dell’avvento di una nuova società. Il suo marxismo è attuale e nuovo, dunque, perché parte dalla grande scoperta fatta da Lenin e che guidò Lenin nell’azione.

Gli inizi dell’attività ideale e politica di Antonio Gramsci si possono collocare tra il 1910 e il 1912. E occorre subito ricordare che furono anni di decisiva importanza per tutta la vita nazionale, gli anni di una svolta che doveva manifestarsi in tutti i campi e avere ripercussioni e sviluppi impensati. Ciò che in quegli anni stava avvenendo era un profondo rivolgimento sia delle strutture che delle sovrastrutture della società italiana. Il tentativo, fatto dal Giolitti, di trasformare l’ordinamento politico estendendolo verso sinistra, nella direzione delle masse lavoratrici organizzate, le basi del regime democratico nel parlamento e nel paese era giunto alla fine, ed era fallito. Chiaramente era venuta alla luce la impossibilità quasi materiale di una politica riformatrice, non ostante le favorevoli condizioni dello sviluppo economico. Questo era dominato dalla avanzata della grande industria pesante e da una finanza aggressiva, che volevano il dominio della ricchezza pubblica. L’impresa di Libia, che schierava l’Italia, anche se coperta di stracci, nella contesa degli imperialismi, dava soddisfazione a questi gruppi economici, mentre il movimento operaio, superato un precedente periodo di incertezza e debolezza, riprendeva slancio e si spostava su posizioni di una intransigenza rivoluzionaria che era ancora inconsistente, mancava di fondamenta di dottrina e di prospettive, ma ben rispondeva a insofferenze e slanci che venivano dal popolo. All’ombra degli interessi che avevano spinto alla conquista della Tripolitania e della Cirenaica e per la paura che l’avanzata del socialismo ispirava al ceto borghese di tutte le parti, veniva superata, di fatto, la vecchia frattura dello Stato liberale col mondo cattolico. Il movimento cattolico, che nell’opposizione di principio allo Stato liberale aveva creato e trovato il contatto con le masse contadine spinte dalla miseria alla ribellione, incominciava a orientarsi verso nuovi sviluppi. Venivano così a maturazione gli elementi di una situazione del tutto nuova, ma questa non riusciva ancora a venire alla luce, per cui si giunse al paradosso della partecipazione alla guerra mondiale, attuata dopo un cambio della vecchia direzione politica e attraverso una brutale violazione della legalità parlamentare, di fronte a un paese nella sua maggioranza ostile o passivo, davanti al quale incominciava la esibizione delle minoranze incolte e faziose, che precorrevano il fascismo.

Ho voluto rievocare queste circostanze, perché lo ritengo necessario alla giusta comprensione degli scritti di Gramsci anteriori al 1919, dove è lo specchio della crisi che la società italiana stava affrontando, sia del cammino successivo, dal lui percorso sino alle mete più alte.

La crisi di quegli anni era oltre modo profonda. Non investiva soltanto i gruppi dirigenti e la loro condotta nei rapporti con le masse popolari e con gli altri Stati. Investiva tutta la vita italiana, nelle idee, nei sentimenti, nelle fedi, nelle passioni. Si fa gran caso, come di un decisivo progresso, nelle rappresentazioni che la storiografia idealistica fa di quel periodo, della sconfitta delle filosofie positivistiche e della loro pratica eliminazione dai campi del pensiero. Un progresso realmente vi fu, perché la cultura italiana divenne meno provinciale, si aprì alla efficacia di correnti più feconde. Non bisogna dimenticare, però, che le filosofie positivistiche erano state elemento non trascurabile, anzi, per molti aspetti assai importante, dell’armatura ideologica della nuova società italiana, quale si era costituita nei decenni dopo il Risorgimento. Di questa armatura faceva parte una certa fede ingenua nello sviluppo della scienza come movimento di progresso, la esaltazione dei valori civili contrapposti all’ideologia religiosa e, negli intellettuali più avanzati e coraggiosi, l’adesione ai «grandi principi» delle rivoluzioni borghesi e democratiche. Si era così fatta strada, in un paese da alcuni secoli scarsamente accessibile ai grandi rivolgimenti delle idee, un nuovo illuminismo di tipo particolare, provinciale, sì, ma di una provincia che si stava liberando da vecchie paure, oppressioni, superstizioni. La stessa autonomia della vita politica e civile e della moralità dai vincoli religiosi discendeva da queste confuse posizioni ideali, ben più che dall’insegnamento dei vecchi pensatori hegeliani, la cui efficacia fu assai limitata. Né possiamo nasconderci il valore delle correnti di cosiddetto pensiero sociale e di democrazia radicale che si collegavano a queste posizioni, né quello delle indagini sulla struttura della società italiana, sui rapporti tra la città e la campagna e sulla economica agricola, da cui presero le mosse i primi studi meridionalistici.

Il socialismo aveva senza dubbio trovato in questo ambiente ideale un terreno favorevole al proprio affermarsi come corrente estrema di democrazia, di umanitarismo sociale, ma aveva anche perduto la propria fisionomia originale, la propria capacità di affermarsi come visione autonoma del mondo e della storia. Aveva assorbito dal positivismo una concezione quasi metafisica della evoluzione delle società umane e, associandola alla banale deformazione deterministica delle dottrine marxiste, approdava a un fatalismo insipido, che tutt’al più poteva avere un valore come traduzione di queste dottrine in termini di superstizione. Si doveva passare dal capitalismo al socialismo per legge di natura, come si era passati dalla scimmia all’uomo, dalla nebulosa primitiva al sistema delle stelle e dei pianeti. Non tutti scendevano a questo livello di banalità. La polemica e la lotta politica venivano condotte a più degno livello e anche la maggior parte della propaganda elementare. Mancava però la vigoria del pensiero, mentre rimaneva per anni e anni sterile, forse incompreso, il grande insegnamento del Labriola.

Per questo, quando l’alfiere della riscossa antipositivistica proclamò che il marxismo doveva oramai considerarsi incapace di sviluppi e morto, si può anche considerare avesse ragione, se su vuol riferire questo suo giudizio a quei volgari travestimenti positivisti della nostra dottrina. Mi sembra però che al filosofo idealista sfuggisse che battendo in breccia le ideologie positivistiche si era creato un vuoto, il quale non veniva già colmato dalla religione della libertà, ma dal tumultuoso irrompere delle correnti irrazionalistiche, degli individualismi esasperati, del nazionalismo, della tendenza a negare valore a ogni forma di democrazia. In questo crogiuolo maturavano i germi della futura tirannide fascista.

Analoga crisi attraversava il movimento socialista, perché né i riformisti né i rivoluzionari vedevano chiaro dove si dovesse andare. Il passaggio qualitativo, per cui la classe operaia comprende e afferma che si apre la questione del suo avvento al dominio o alla direzione della vita nazionale, nessuna delle due correnti era in grado di compierlo. Entrambe si trascinavano alla coda dell’ordinamento borghese, l’una attuando, ma senza prospettive, una sommessa collaborazione, l’altra predicando, ma spesso senza convinzione, una cieca rivolta.

L’attualità del pensiero di Gramsci sta prima di tutto nel fatto che si inserisce in questo momento di frattura e di crisi profonda, e quindi pone e risolve problemi oggettivamente maturi e urgenti, sia per il movimento operaio, sia per la cultura nazionale e per tutta la società italiana: Il suo sviluppo non è separabile dal corso reale degli avvenimenti nazionali e internazionali, dalla esperienza tragica della prima guerra mondiale, dal crollo in Italia della società e dello Stato liberale, e in Europa di un ordinamento che era stato detto di equilibrio ed era di egemonia capitalistica e di baldanzoso avvento e slancio dell’imperialismo, sino alla catastrofe in cui la catena venne spezzata. Perciò il quadro è dominato dalla vittoria della grande Rivoluzione socialista dell’ottobre 1917, che modificò la struttura del mondo intiero, traducendo in atto la scientifica previsione, formulata da Lenin, che il passaggio del capitalismo alla fase imperialistica apre il periodo della fine delle società borghesi e della vittoria delle rivoluzioni proletarie. Lo intrecciarsi e compenetrarsi del pensiero con l’azione sono quindi, per Gramsci, militante e dirigente del movimento operaio in questo periodo, cosa necessaria, come sempre è stato per lo sviluppo del marxismo.

Non si comprendono Marx ed Engels se si disgiunge la formazione della loro dottrina dalle lotte reali che li hanno spinti alla indagine dei rapporti tra le classi e ne hanno loro rivelato la sostanza economica e politica, dalle prime battaglie contro il regime reazionario prussiano anteriori al 1848, dalle grandi prove rivoluzionarie di quest’anno e degli anni successivi, sino alla tragedia della Comune, dalla quale emergono in nuova luce i termini del problema dello Stato. Non si comprende Lenin fuori della crisi che sconvolge tutto il mondo capitalistico nel primo decennio del secolo.

Non si comprende Labriola se lo si considera soltanto come studioso di filosofia, se non si colloca il suo travaglio mentale nel quadro della caduta degli ideali e delle strutture politiche del Risorgimento. E così non si comprende Gramsci se non nel quadro di quella grande avanzata del movimento socialista per cui la classe operaia italiana, partita da rivendicazioni economiche e politiche attuali e possibili nell’ambito dell’ordinamento borghese, giunge a porre se stessa come antagonista della borghesia industriale e agraria nella direzione di tutta la società. Solo se ci si colloca da questa visuale si possono giustamente valutare, non solo la grande esperienza del movimento dei Consigli di fabbrica e le successive iniziative politiche, ma soprattutto la fondazione e costruzione del partito comunista come avanguardia preparata alla lotta per il potere, che tra queste iniziative fu quella decisiva.

Negli scritti precedenti il 1919 si notano incertezze e perplessità. Sono però già palesi molte cose nuove, alcune delle quali di importanza fondamentale, indici del grado di maturità già raggiunto e che in seguito verranno integrate e sviluppate. Anche se non sempre chiaramente espressa, la preoccupazione fondamentale è di dare al socialismo un fondamento razionale in una visione generale della storia e del mondo, nella quale l’azione organizzata e le lotte consapevoli degli uomini abbiano il posto che loro spetta come espressioni di libertà e di coscienza, non vengano ridotte a fenomeno secondario di uno svolgimento automatico. Come agevolmente si avverte, questo è il vero problema della rinascita del marxismo dalle ceneri delle banalità positivistiche, con un potente ritorno al genuino pensiero di Karl Marx. Questi – dice Gramsci -«non ha scritto una dottrinetta», «non è un Messia che abbia lasciato una filza di parabole gravide di imperativi categorici, di norme indiscutibili, assolute, fuori dalla categoria del tempo e dello spazio. Unico imperativo categorico, unica norma: Proletari di tutto il mondo unitevi». Di qui discende il dovere di associarsi, di organizzarsi e perciò dell’unità e della disciplina, che sono, appunti, fattori di coscienza e di libertà. «Marx non è un mistico, né un metafisico positivista: è uno storico, è un interprete dei documenti del passato», ma «di tutti i documenti, non di una sola parte di essi». Anche per Marx «la storia continua ad essere dominio delle idee, dell’attività cosciente degli uomini singoli e associati. Ma le idee, lo spirito, si sostanziano, perdono la loro arbitrarietà, non sono più fittizie astrazioni religiose o sociologiche. La sostanza loro è nella economia, nell’attività pratica, nei sistemi e nei rapporti di produzione e di scambio… Conoscere con esattezza quali sono i fini storici di un paese, di una società, di un aggruppamento, importa prima di tutto conoscere quali sono i sistemi e i rapporti di produzione e di scambio di quel paese, di quella società». Cito da uno scritto del 1918 nel quale, come vedete, sono già in germe le più profonde riflessioni dei Quaderni sul rapporto reciproco tra struttura e sovrastruttura, sulla unità di economia e di politica nel complesso della realtà sociale. La scissione tra la politica e la economia, tra organismo e ambiente sociale non è altro che astrazione teorica di una necessità empirica a scopo di studio. In realtà, «politica ed economia, ambiente e organismo sociale sono tutt’uno, sempre, ed è no dei più grandi meriti del marxismo avere affermato questa unità dialettica». Ristabilire l’unità ha un valore decisivo per il movimento operaio. Isolare l’economia, e cristallizzarsi nell’organizzazione professionale, come fanno i sindacalisti, è altrettanto sbagliato e dannoso quanto isolare la politica, e cristallizzarsi nella esteriorità parlamentare, come fanno i riformisti. Ne possono derivare soltanto una cattiva politica e una pessima economia.

Quale è dunque il compito del socialismo rivoluzionario? Affrontare la realtà storica e ideale della società nella sua unità. Il socialismo rivoluzionario «riconduce l’attività sociale alla sua unità e si sforza di fare politica ed economia senza aggettivi, cioè aiuta lo svilupparsi e il prendere coscienza di sé delle energie proletarie e capitalistiche spontanee, libere, necessarie storicamente, perché dal loro organismo si affermino sintesi provvisorie sempre più compiute e perfette, che dovranno culminare nell’atto e nel fatto ultimo che tutte le contenga, senza residui di privilegi e di sfruttamento». L’attività storica contrastante metterà dunque capo «in una organizzazione della libertà di tutti e per tutti che non avrà nessun carattere stabile e definitivo, ma sarà una ricerca continua di forze nuove, di rapporti nuovi che sempre si adeguino ai bisogni degli uomini e dei gruppi, perché tutte le iniziative siano rispettate purché utili, tutte le libertà siano tutelate, purché non di privilegi».

Anche questi passi sono di uno scritto del 1918, scelto a caso in una di quelle correnti note polemiche dove più direttamente si esprimevano i risultati della sua ricerca mentale, che era continua nello studio, insistente nella conversazione, come alcuni di noi possono ricordare. Oggi, rileggendo questi passi, non possiamo che costatare con profonda ammirazione, quasi con stupore, come vi si contengano alcuni dei tratti essenziali della dottrina della rivoluzione socialista e proprio quei tratti che hanno preso così grande rilievo nelle decisioni del XX Congresso, nei successivi dibattiti in seno al nostro movimento e nelle discussioni dell’VIII nostro Congresso nazionale.

Ci importa però ora dare rilievo a due momenti, l’uno che riguarda lo svolgimento del pensiero, l’altro quello dell’azione.

Già in queste prime formulazioni della dottrina marxista quale Gramsci la concepiva, la grande novità sta nel superamento delle deformazioni cui era stata sottoposta. Non vi è più luogo né per il grossolano naturalismo metafisico dei positivisti, né per la superstizione fatalistica del banale determinismo economico. È sbarazzato il terreno dalla immagine della struttura materiale della società come un «Io» nascosto, misterioso autore di tutto il resto e di cui la filosofia idealistica si serviva come di una «gherminella polemica» per rendere possibile la propria altezzosa ma vana confutazione. La struttura è il luogo dell’attività pratica produttiva, su sui si eleva l’assieme dei rapporti sociali nei quali gli uomini reali si muovono e operano. È quindi oggetto non solo di certezza, ma di verità, momento della storia, ma di una storia che non è più soltanto delle idee, delle sommità sociali, delle «mosche cocchiere». Nei Quaderni troveremo la esposizione definitiva di questa restaurazione della dottrina marxista come integrale concezione del mondo e storicismo assoluto, e questa esposizione, pur nella frammentarietà delle note scritte nel carcere, è così completa e profonda, intrecciata con tale abbondanza di sviluppi particolari, di analisi storiche concrete, e sorretta da tale consapevolezza della conquistata verità, che ben si può dire che in essa il compito posto dalle crisi ideali del principio del secolo sia pienamente risolto. Il pensiero idealistico non è invece potuto uscire dai limiti di una nuova trascendenza, mentre il suo storicismo ha capitolato di fronte alla necessità di spiegare razionalmente mezzo secolo di storia d’Italia. Tuttora si pone, da studiosi di Gramsci, la questione dell’«anti Croce» che egli auspicava venisse scritto. La mia opinione è che questo compito il nostro grande compagno lo ha già assolto, e lo ha assolto tanto con gli scritti dal carcere quanto con tutto l’assieme dell’opera sua. Il compito odierno è di andare avanti, affrontando e risolvendo i problemi che urgono.

Vi fu, nei primi anni dell’aspro dibattito politico e ideale attraverso il quale le posizioni di Gramsci vennero assumendo i loro lineamenti precisi, chi volle scorgere e denunciò in esse la manifestazione di un volontarismo, estraneo alla dottrina marxista. Non era vero. Si tratta invece della precisazione della vera casualità storica e della vera natura dell’uomo. Questi conosce se stesso soltanto se «si impadronisce del segreto che fa giuocare il succedersi reale degli avvenimenti». Allora egli apprende di subire il giogo della necessità, ma apprende anche quanto può valere la sua volontà, «e come possa essere resa più potente in quanto, ubbidendo, disciplinandosi alla necessità stessa, finisce col dominare la necessità stessa, identificandola col proprio fine». Il preteso volontarismo non è soltanto giusta espressione della necessaria unità della struttura economica con le sovrastrutture ideali, ma è la premessa di tutta la dottrina del partito rivoluzionario della classe operaia, della sua ricerca politica, della sua elaborazione strategica e tattica, della sua organizzazione e della sua azione.

In questo campo non vi era da fare soltanto un passo o una serie di passi in avanti. Vi era da compiere un vero e proprio salto. La politica della classe operaia fatta dai socialisti era stata, anche nelle cose giuste, approssimativa e frammentaria. Persino a coloro che si dicevano rivoluzionari mancava la nozione di ciò che questo termine poteva significare, la nozione della possibilità e necessità e dei modi come la classe operaia potesse diventare dirigente di tutta la vita nazionale. Questo fu il tema centrale dello studio e dell’azione politica di Gramsci. Di qui mossero le indagini sulla struttura della società italiana, la determinazione del carattere del rivolgimento economico e sociale che la storia poneva all’ordine del giorno e che non poteva essere che la fine del dominio borghese, la ricerca delle forze motrici di questo rivolgimento e la scoperta della alleanza tra la classe operaia e le masse lavoratrici del Mezzogiorno e delle isole come punto di partenza e chiave di una nostra strategia della rivoluzione. In questo quadro si deve inserire il movimento dei Consigli di fabbrica torinesi, perché anche esso non fu altro, prima di tutto, che lotta per attribuire al proletariato industriale la egemonia nella vita della nazione in un momento profondissimo di crisi.

Che fossero mature le condizioni generali in cui questo problema poteva essere posto e risolto, diventando la classe operaia protagonista atto e diretto della storia, risultava dal punto in cui era arrivato lo sviluppo del capitalismo e fu dimostrato dalla vittoria della Rivoluzione di ottobre.

Di grande interesse è il ripercorrere ora la via seguita da Gramsci nel giudizio su questa rivoluzione, La sua preoccupazione fondamentale è di mettere in guardia sin dal primo momento contro la erroneità e il pericolo delle pedantesche interpretazioni del marxismo, per le quali la direzione della vita sociale potrebbe passare al proletariato solo dove e quando sia arrivato a piena maturazione, nel paese interessato, l’ordinamento capitalistico. La rivoluzione russa, egli pensa e afferma con vigoria, è una rivoluzione contro questa pedanteria, contro quelle incrostazioni positivistiche e naturalistiche che non erano affatto «in» Marx, come Gramsci sembra voler dire in uno scritto del resto assai tormentato dalla censura, ma dai suoi falsi scolari. Fallite le vecchie classi dirigenti e i gruppi intermedi, il proletariato deve assumere la direzione della vita politica ed economica e realizzare il suo ordine, anche se questo non sarà subito il socialismo. E il proletariato realizza il suo ordine costituendo istituti politici che garantiscano la libertà di uno sviluppo verso il socialismo e assicurino la permanenza del suo potere. La dittatura non è dunque strumento per approfittare di una «occasione storica», ma è necessità della storia e quindi istituto fondamentale che garantisce lo sviluppo della società umana sotto il controllo del proletariato. Le sue forme concrete saranno determinate anch’esse dalla storia, dal punto cui è arrivato il movimento, dalle conquiste che già sono realizzate e dai prossimi obiettivi che si pongono.

Sappiamo come Gramsci integrò, in seguito, i suoi giudizi sulla Rivoluzione d’ottobre, acquistando una conoscenza profonda del pensiero e dell’azione di Lenin. Nei suoi primi giudizi vi è però già l’essenziale, vi è una guida alla comprensione dei problemi sorti un questi ultimi anni, quando si sono rese manifeste le deformazioni prodottesi nel regime sovietico in campi e momenti determinati. Decisivo è il fatto che la direzione di tutto il complesso della vita sociale da parte del proletariato e della sua avanguardia, organizzata nel partito comunista, non sia venuta meno. È stata quindi salvata la libertà essenziale, della marcia verso il socialismo, prima, e poi dello sviluppo del socialismo. Coloro che dalla conoscenza delle deformazioni legate al nome di Stalin traggono argomento per asserire la superiorità dell’ordinamento politico borghese e ancora una volta genuflettersi davanti ad esso, commettono un profondo errore qualitativo: confondono una parte della sovrastruttura ideologica e giuridica con la sostanza di un ordinamento sociale. Mantenuta questa sostanza, le esigenze della democrazia, le necessità di sicurezza giuridica, di rispetto e sviluppo pieno della personalità, di libera indagine scientifica e creazione artistica non possono non venire restaurate, perché la società ha mantenuto l’impulso creatore che le viene dal fatto che la classe operaia inserisce l’azione sua di ricerca e di guida a sempre nuovi sviluppi nella stessa struttura della economia e di tutta la vita sociale.

Il nesso inscindibile di socialismo e libertà non si può ridurre alle superficialità e volgarità delle vecchie ideologie massoniche. Si esprime e si attua tra le contraddizioni, che sgorgano dalla crisi tremenda attraverso la quale un nuovo ordinamento sociale si genera e progredisce nel mondo intiero, e sul corso della quale esercitano la loro efficacia anche le qualità e i difetti degli uomini, ma prima di tutto le concrete situazioni nazionali, la diversità dei punti di partenza, gli sconvolgimenti esteriori e interni, l’accerchiamento capitalistico, la ostinata resistenza delle vecchie classi dirigenti, le guerre e le paci.

Essenziale è la presenza di una forza organizzata consapevole, capace di guidare in tutte le sue fasi questo processo di creazione di un nuovo ordinamento sociale. L’insegnamento di Gramsci a questo proposito si innesta direttamente in quello di Lenin, ma ha una forma sua propria, originale, che gli è data dalla dottrina del partito come intellettuale collettivo e che tende a essere una completa teoria della politica. Non è vero che Gramsci, nel periodo torinese dei Consigli di fabbrica e del primo Ordine Nuovo, prescindesse dalla necessità di una organizzazione volontaria dell’avanguardia operaia, ritenesse possibile che i problemi della rivoluzione proletaria venissero risolti attraverso la semplice germinazione, dal luogo di lavoro e nel processo della produzione, delle cellule organicamente costitutive di una nuova società. Quali possono essere le formulazioni di questo o quell’altro dei suoi scritti, questa supposizione viene smentita dal fatto che i problemi della organizzazione dei Consigli di fabbrica erano dibattuti nel partito e risolti in questa sede, e che dal movimento dei Consigli uscì l’ossatura di un nuovo partito. Ciò che Gramsci voleva e doveva sottolineare, in polemica tanto con i riformisti quanto con il rivoluzionarismo a parole dei massimalisti, e rimane parte essenziale del suo insegnamento, è la indispensabile profondità del processo rivoluzionario, che non è tale se non investe e trasforma le basi dell’ordinamento produttivo. Perché questo avvenga non è sufficiente il progresso delle tecniche del lavoro. Da questo progresso non esce ancora il movimento della storia, fino a che non interviene un elemento di organizzazione, di direzione politica e di coscienza, in assenza del quale la classe non può diventare Stato. A Torino e in Italia, nel primo dopoguerra, si doveva rendere la classe operaia consapevole della sua capacità di fondare, poggiando sul luogo del lavoro, un nuovo ordinamento sociale, ma questo non poteva uscire soltanto dalla creazione dei Consigli, bensì dal fatto che si realizzasse, attraverso una complessa operazione politica, un nuovo blocco di forze di classe, una alleanza rivoluzionaria di cui il proletariato fosse il dirigente e che gettasse su scala nazionale le basi di una nuova organizzazione economica e di un nuovo Stato. E difatti il movimento dei Consigli non riuscì a esprimere tutta la sua efficacia rivoluzionaria perché questo ulteriore momento venne meno, per organica incapacità del partito socialista e per i limiti – di fatto inevitabili – della stessa azione di Gramsci e del gruppo raccolto intorno a lui.

Perciò la scissione di Livorno e la fondazione del partito comunista non furono atti arbitrari, ma una necessità storica. Un partito è necessario storicamente – scriveva Gramsci nel carcere e certo nello scrivere queste parole egli pensava a Livorno – «quando sono almeno in via di formazione e lascino prevedere normalmente i loro ulteriori sviluppi le condizioni del suo “trionfo”, del suo immancabile diventare Stato». Questa situazione non si crea arbitrariamente. Gramsci lo sapeva. Sapeva che questa prospettiva era oggettivamente vera nel mondo in cui egli aveva lavorato e combattuto, che continuava a essere tale mentre la sua vita si stava spegnendo. Noi possiamo aggiungere che questa prospettiva è stata confermata da tutto il successivo moto della storia ed è oggi più vera e più attuale che mai. La struttura stessa del mondo si è trasformata in modo tale da renderla a tutti evidente e questo rimane, sotto la bufera degli attacchi, delle diffamazioni e delle persecuzioni, uno dei più profondi motivi della popolarità del nostro partito, della attrazione che esso esercita sulle grandi masse umane. Non siamo più, come si diceva una volta, il partito dell’avvenire. Siamo il partito del presente, di un presente che tutti vedono, da cui nessuno può prescindere.

Ma ciò che è prevedibile e necessario non sempre è agevole ad attuarsi e nemmeno si attua sempre come gli uomini vorrebbero. Al partito della classe operaia spetta la direzione del movimento, ma anche questa direzione non si può esercitare in modo arbitrario, applicando schemi, formule generali, astratte, buone per tutti i paesi e per tutti i tempi. «Un partito – dice Gramsci – avrà avuto maggiore o minore significato e peso, nella misura… in cui la sua particolare attività avrà pesato più o meno nella determinazione della storia di un paese.» Quando Gramsci formulava questo pensiero sentiva senza dubbio l’ampiezza del compito che si poneva alla organizzazione politica da lui fondata. Era però anche consapevole che il compito poteva adempiersi. Tutta la sua indagine sulla storia d’Italia ha come filo conduttore la dimostrazione della inevitabilità che i problemi non risolti, rinviati, complicati per le organiche incapacità delle vecchie classi dirigenti, siano affrontati e portati a soluzione nel quadro del grande rivolgimento in cui si genera la società nuova, la società socialista. La sua conoscenza della storia è sempre determinazione di un compito dell’oggi.

Una classe può essere dirigente della società in quanto impone il proprio dominio, e a questo può servire anche la forza delle armi. Essa diventa, però, classe nazionale, solo in quanto risolve i problemi di tutta la società. È ciò che il ceto borghese non è riuscito a fare nel nostro paese. Non ha liquidato le gravi eredità del passato. Ha accumulato una nuova pesante eredità di squilibri economici e politici, creato nuovi insoluti problemi di libertà e di giustizia. Il proletariato diventa classe nazionale in quanto fa suoi questi problemi e quindi conosce, per trasformarla, tutta la realtà della vita della nazione. In questo modo crea le condizioni del proprio dominio politico, si apre la strada a diventare effettiva classe dirigente.

Nel modo come Gramsci interpreta e rinnova la dottrina del marxismo rivoluzionario è quindi implicita l’affermazione della necessità della avanzata verso il socialismo per una via nazionale, determinata dalle condizioni storiche del nostro paese. È questa via nazionale che egli ci ha voluto aprire.

Gramsci non poteva prevedere come il fascismo sarebbe crollato. Con la sua lotta per liberare il partito dal dogmatismo infantile dei primi anni, con la impostazione da lui data al nostro III Congresso nazionale, con la successiva insistente ricerca, dopo il delitto Matteotti, di una grande alleanza di forze popolari e nazionali attorno al proletariato, egli aveva però dato al partito comunista la spinta e l’indirizzo necessari perché nella lotta contro il fascismo e nella grande crisi che travolse questo regime l’azione dei comunisti e della classe operaia da essi diretta diventasse elemento determinante della storia del nostro paese. Per avere raggiunto questo obiettivo noi possiamo dire che il Partito comunista italiano ha saputo comprendere e seguire l’insegnamento del suo fondatore, ha raccolto la sua eredità e ad essa ha tenuto fede. Perciò si è potuta determinare quella situazione politica nuova, che noi abbiamo definito nel nostro VIII Congresso, da cui derivano oggi i nostri orientamenti generali, la nostra strategia e la nostra tattica, nella lotta per lo sviluppo della democrazia italiana verso il socialismo.

Questa situazione non è ferma. Non può esserlo. Non corrisponde a quella che Gramsci conobbe, nella quale lavorò. Non corrisponde nemmeno più a quella che noi avevamo contribuito a creare al crollo del fascismo. Le classi dirigenti borghesi sentono quanta parte del dominio della società è sfuggita loro e ostinatamente lottano per recuperare ciò che hanno perduto. Sorgono in questo modo problemi nuovi, di cui alcuni di grande peso, tali che modificano la natura del blocco storico borghese contro il quale si dirige l’azione della classe operaia e dei suoi alleati. La Chiesa cattolica, con la sua ideologia, le sue organizzazioni, la sua potenza intimidatoria, sta sempre più apertamente diventando il cemento di questo blocco. Il problema del movimento cattolico esce quindi dai limiti di un semplice momento della questione contadina. Ciò crea nuove contraddizioni, approfondisce la vecchia crisi delle ideologie, crea nuovi momenti di crisi e persino di esasperazione. Non vi è a queste situazioni via d’uscita in ritorni massimalistici, nella imprecazione, nella ricerca di miracolosi capovolgimenti dovuti all’abilità di manovra dei dirigenti. La via d’uscita è quella che ci ha insegnato Antonio Gramsci. Si deve inserire su tutta la superficie sociale, in tutti gli aspetti della vita nazionale, l’attività di una avanguardia organizzata, e una attività che non si riduca alla predicazione, all’agitazione, alla frase o alla astuta manovra, ma aderisca esattamente alle condizioni della vita collettiva e dia, perciò, una base, possibilità e prospettive reali al movimento delle masse operaie. Non vi è altra via che questa per riuscire a isolare il grande capitale monopolistico, che è oggi al centro del blocco borghese, per opporre ad esso un altro blocco, nel quale gruppi sociali diversi siano orientati dall’azione della classe operaia e da questa guidati, sul terreno della democrazia, verso il socialismo. La nostra lotta per l’unità delle forze popolari e democratiche non è dunque dettata da abilità tattiche, ma è una esigenza storica, tanto per mantenere ciò che si è giò conquistato, per difendere e salvare la democrazia, quanto per svilupparla.

Grandi progressi noi siamo già riusciti a compiere, come partito, e a far compiere al movimento operaio e a tutta la società italiana, seguendo l’insegnamento di Gramsci. A questo insegnamento dobbiamo saper ritornare di continuo, coscienti che esso non è soltanto cosa nostra, ma è un patrimonio di tutta la nazione, che a noi in modo particolare spetta mettere in valore.

Siamo riusciti a rompere i vecchi schemi tanto del massimalismo parolaio quanto del riformismo inetto.

Siamo riusciti a comprendere l’azione del partito e delle masse lavoratrici non come ginnastica rivoluzionaria, ma come attività concreta, che parte dalle condizioni della realtà e le modifica combattendo.

Siamo riusciti a penetrare, con la conoscenza e con l’azione, nella storia del nostro paese, a scoprire le forze che muovono verso la rivoluzione socialista, ad accrescere la capacità del proletariato di mettersi alla testa di queste forze e dirigerle.

Ci siamo adoprati per muoverci, verso il socialismo, nelle condizioni e nei modi che sono dettati dalla struttura, dalla storia, dalle tradizioni della nostra patria.

Abbiamo dato il contributo del nostro lavoro e della nostra lotta per scoprire ed aprire una via italiana di avanzata verso il socialismo, per rinnovare la cultura italiana, per dare allo stesso movimento operaio una impronta e forme di organizzazione adeguate alle realtà nazionali.

Abbiamo sempre mantenuto, difeso, rafforzato, il legame organico del nostro movimento con il grande movimento comunista internazionale, le cui vittorie sono state e sono le nostre, i cui problemi sono i nostri, la cui irresistibile avanzata ha spianato e spiana le vie anche della nostra. Ci sentiamo tanto più fedeli all’internazionalismo proletario quanto più lavoriamo per fare del proletariato una forza nazionale, il protagonista della vita della nazione.

Abbiamo commesso errori e avuto insuccessi, anche. Non abbiamo mai perduto la capacità della ricerca critica, che non è inutile flagellazione di se stessi, ma condizione per capire di più e per lavorare meglio.

L’appello che noi rivolgiamo agli operai e a tutti i lavoratori, di entrare nel nostro partito per renderlo sempre più grande e più forte è appello a realizzare con l’azione l’insegnamento di Gramsci, perché solo con l’azione e nell’azione questo insegnamento si attua. Gramsci ha provato la verità del suo pensiero, la verità della dottrina rivoluzionaria da lui restaurata, difesa e sviluppata nelle condizioni del nostro paese, non soltanto con l’opera sua scritta, quanto con una vita di combattimento e col supremo sacrificio di se stesso.

A noi spetta, col lavoro e con le lotte nostre, confermare questa verità, portando sempre più in alto la bandiera del nostro partito.

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