Antonio Gramsci un capo della classe operaia (in occasione del processo di Roma)

Palmiro Togliatti
Lo Stato Operaio, n. 8, 1927

La storia del nostro partito è ancora da scrivere. Chi la scriverà, e saprà cogliere, al di sopra delle particolari vicende politiche e organizzative, la grande linea della formazione storica di esso come avanguardia della classe operaia, dovrà dare ad Antonio Gramsci il posto d’onore.

Si è parlato di lui, molte volte, tra di noi e da parte di avversari, come di un «intellettuale». Si è voluto dire, certamente, che le capacità intellettuali di cui egli è dotato sono tali che lo pongono, senza contrasti, molto al di sopra della media degli uomini di studio e politici del nostro tempo e del nostro paese. Capacità di analisi minuta, fredda, obiettiva fino al minimo dei particolari. Potere di riconoscere e mostrare nel particolare il segno dei caratteri generali di una situazione e di una epoca storica. Facoltà di seguire il corso di un ragionamento astratto senza mai perdere di vista gli elementi concreti, – le coese e gli uomini viventi, – a cui ogni realtà si riduce. Cultura vastissima. Incomparabile forza di espressione. piena padronanza dei moderni metodi di indagine scientifica. Con tutto ciò, nessuno più di lui è lontano da ciò che si usa chiamare un «intellettuale», del tipo di colui il quale, chiuso entro i libri e gli schemi della sua dottrina, ha perduto il contatto con le correnti profonde della vita e della passione umana.

La dimestichezza con lui risale per me al tempo in cui egli, giovanissimo, dedicava ancora la maggior parte della sua attività alle ricerche scientifiche di filologia, in un campo che parrebbe essere tra i più aridi e astrusi, quello della scienza dell’origine delle parole e delle lingue. Ma fu senza dubbio parlando di questa scienza ch’egli mi comunicò le prime volte quella visione della vita e del mondo che doveva fare di lui un marxista, il più profondo e originale dei marxisti che sono nelle file del nostro movimento. Dalla parola scritta alla parola parlata, dalla lingua come organismo logico e artistico rigidamente definito agli uo,imi e ai popoli che esprimono con essa i loro bisogni e le loro passioni che si succedono gli uni agli altri, legati nella continuità di un processo storico, dominato da una sola necessità e aspirazione fondamentale. Il senso della storicità di tutto ciò che è reale, questa che è l’anima della dialettica hegeliana e marxista, dava sin da allora una impronta indicibilmente caratteristica, indimenticabile, al pensiero di Gramsci. Gli si volle fare rimprovero di essere venuto al socialismo attraverso l’idealismo hegeliano. Stolto rimprovero ché questa è precisamente la via per cui vennero al socialismo e al materialismo storico quei nostri maestri che si chiamano Carlo Marx e Federico Engels.

D’altra parte legami di ragione, di passione e di sentimento profondo di lui, – venuto alla grande città industriale dalle campagne della Sardegna, dove l’ingiustizia di un ordine sociale e l’attesa di un ordine nuovo si esprimono nella miseria e nell’istinto di ribellione e di solidarietà di una popolazione oppressa di contadini e di pastori. – l’uomo destinato a comprendere e comunicare appieno con gli oppressi della civiltà capitalistica, coi portatori della volontà di lotta e di rivalsa da cui il mondo moderno sarà rinnovato con gli operai.

 Comunicare con gli operai. «Parlare» con gli operai. Tra i dirigenti più noti del nostro partito, e che non sono usciti dal proletariato, ve ne sono alcuni che sanno parlare a una folla. Ma parlare con gli operai, individualmente, semplicemente, e non come maestri e «capi», ma come compagni e, sto per dire, come allievi, non solo per ritrovare nel contatto con la coscienza e con la volontà dell’operaio i motivi più profondi della nostra fede, non solo per mettere alla prova, non solo per mettere alla prova in questo contatto le capacità e volontà nostre, ma per collaborare con l’operaio nel trovare la via ch’è aperta alla sua classe, per saggiare l’esattezza di un indirizzo, di un orientamento, di una parola d’ordine, – questo ben pochi tra noi, questo forse soltanto Gramsci, di noi, lo sa fare. Ed è a questo segno soprattutto che noi riconosciamo in lui un capo della classe operaia, colui che sa esprimere, dare forma alle  aspirazioni ai propositi ai bisogni di tutta la classe, colui che dal profondo della coscienza di una massa è capace di trarre in piena luce la parola che risponde esattamente a ciò che la massa intiera, in quel momento, sa, può e vuole fare.

Fu questa la funzione che Gramsci esercitò nel movimento operaio torinese del dopoguerra. Che cosa fu, in quel movimento, il Consiglio di fabbrica? Esso fu la forma, la forma concreta e vivente, nella quale il proletariato della più grande città industriale d’Italia, il proletariato più omogeneo come classe e politicamente più progredito, poneva e risolveva il problema della propria organizzazione come Stato. La rivoluzione proletaria italiana, se avesse potuto vincere, avrebbe vinto nella forma del Consiglio di fabbrica. Questo non fu compreso da qualcuno, anche dei migliori, ma per cui il marxismo e la dottrina della rivoluzione erano rimasti formula e schema. Questo non poteva essere compreso dai demagoghi, dai chiacchieroni, dai cacadubbi, che si ubbriacavano di Soviet e non erano capaci di scorgere dove, tra di noi, il Soviet concretamente viveva. Questo fu compreso però dalla classe operaia, che da allora riconobbe in Gramsci un suo «capo» e si legò a lui con vincoli indissolubili.

Si è detto che Gramsci vede le masse e il problema di agitarle e organizzarle, ma non vede il problema del partito e della sua organizzazione. Nulla di meno vero. Nella propaganda del 1919-20 per i Consigli di fabbrica si trovano, in germe prima e poi dispiegati, tutti i principi della dottrina del partito, – non del partito-setta, non del partito-caserma e organizzazione pseudomilitaresca ma del partito come distaccamento organizzato della classe operaia, parte di essa, legato ad essa in modo indissolubile, guida del proletariato in ogni momento della sua storia. Se così non fosse stato, non sarebbe stato possibile a Gramsci di esercitare una influenza decisiva nel correggere il corso del partito nostro, di guidarlo a superare l’estremismo di sinistra e la ristrettezza di criteri organizzativi, di mostrargli la via che lo ha portato a diventare un partito di massa. Ora possiamo dirlo: senza Gramsci, il progresso che abbiamo fatto dal 1924 in poi, non lo avremmo fatto così rapidamente. Egli fu che superò le resistenze che ancora erano in alcuni di noi, egli dette al nostro centro dirigente una unità e una omogeneità e raccolse attorno ad esso l’intiero partito.

Il problema che sarebbe più interessante chiarire è forse quello del perché, subito dopo la guerra, Gramsci non riuscì a conquistare nel partito socialista la posizione che gli sarebbe spettata e a dare alla sua azione una risonanza più vasta, estesa alla classe lavoratrice di tutto il paese e non soltanto a una ristretta avanguardia. Credo che l’indagine di questo problema porterebbe a scoprire alcuni dei lineamenti più interessanti della personalità di Gramsci, – la esigenza di serietà, il fastidio delle forme superficiali e falsamente popolaresche, la impossibilità di adeguarsi al regime di leggerezza, di irresponsabilità, di insincerità e di viltà politica che dominava nelle sfere dirigenti del Partito socialista italiano. In fondo però, e in questo è il lato politicamente importante, la cosiddetta scarsa capacità di espansione del movimento torinese non fu se non lo specchio della contraddizione tragica in cui si trovò stretta allora la avanguardia del proletariato italiano, – cosciente da una parte della propria funzione politica, ma priva degli strumenti necessari per esercitarla. Da questa contraddizione doveva uscire la nostra sconfitta, ma ne uscì pure la indicazione più chiara e completa dei compiti cui assolvemmo con la creazione del nostro partito.

Il nemico ben sapeva, quando ci ha preso Gramsci, che cosa ci prendeva. Ma anche la classe operaia lo sa. A Torino, nelle fabbriche semideserte, sono certamente ancora a diecine gli operai che ricordano un suo discorso, nell’assemblea socialista, nel quale erano previste con la lucidità più grande le cose che da allora ad oggi sono accadute, lo sfacelo socialista, la baldanza e la ferocia della reazione, i militanti della classe operaia massacrati, dispersi, in prigione. Ma essi ricordano anche, probabilmente, la serie di articoli sul partito comunista con i quali «L’Ordine Nuovo», nel 1920, chiuse la sua vita come settimanale. Le qualità di serietà, di abnegazione, di sacrificio, di eroismo, che in questi articoli erano indicate come garanzia e condizione della riscossa proletaria, sono quelle di cui in questi anni la avanguardia comunista e le masse operaie in misura sempre più vasta danno prova. Da esse Antonio Gramsci attende, oggi, non solo la sua liberazione, ma quella della classe alla cui sorte egli ha legato quella della sua vita.

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