Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana

Palmiro Togliatti, da Lo Stato operaio, n. 5-6, maggio-giugno 1937

Antonio GramsciQuando Antonio Gramsci, deputato al parlamento italiano e pertanto coperto da immunità garantita dalla Costituzione, imputato di reati che egli non aveva commessi, venne trascinato davanti al Tribunale speciale di Roma, nel 1928, il pubblico accusatore fascista non si dette la pena di dimostrare che le accuse che venivano portate contro di lui fossero fondate in linea di fatto. Nell’atto di accusa, la principale imputazione consisteva puramente e semplicemente nella dimostrazione che Gramsci era il Capo riconosciuto del partito comunista, partito che era legale in Italia quando Gramsci fu arrestato. Ma il pubblico accusatore fu ancora più cinico e brutale. «Per venti anni – egli disse – dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare.» Esprimendosi in questo modo, il carnefice fascista camuffato da giudice non palesava soltanto l’ordine, ricevuto dalle autorità fasciste e da Mussolini personalmente, di condannare Gramsci in modo tale che significasse la sua soppressione fisica, egli lacerava tutti i veli delle forme e finzioni giuridiche, metteva a nudo in modo brutale la sostanza del processo, della condanna e della persecuzione che ha spinto Gramsci alla morte: la paura e l’odio di classe implacabile delle caste reazionarie che governano il nostro paese. Quest’odio ha perseguitato Gramsci, dopo il processo e la condanna, inesorabilmente, sino alla morte. Per soddisfare quest’odio, Gramsci è stato assassinato.

Per ordine della borghesia reazionaria italiana e di Mussolini, Gramsci fu cacciato in una segreta, separato da tutto il mondo, egli che non viveva che nel contatto continuo, multiforme con gli uomini, con i lavoratori di cui conosceva a fondo l’animo e i bisogni e che lo amavano. Per ordine della borghesia reazionaria e di Mussolini, egli fu trascinato da un carcere all’altro, coi ferri ai polsi e carico di catene, nei luridi vagoni cellulari dove un uomo viene sepolto vivo, in piedi tra quattro pareti, e non può fare nessun movimento, mentre il vagone, agganciato ai treni merci o abbandonato in una stazione deserta, è bruciato dai raggi del sole ardente d’estate, oppure ridotto a una ghiacciaia d’inverno, sotto il vento, la pioggia, la neve. Per ordine di Mussolini, ogni notte, durante anni e anni, le guardie carcerarie entravano rumorosamente, due, tre volte, nella cella di Gramsci per privarlo del sonno e ridurre allo stremo le sue energie fisiche e nervose. Per ordine di Mussolini, a lui, malato, febbricitante, incapace di alimentarsi in modo regolare, giacente in letto per intiere settimane, veniva negata l’assistenza medica. Il «medico» inviato a visitarlo gli diceva che doveva ritenersi fortunato di non essere ancora stato soppresso e dichiarava che non credeva necessario dargli assistenza perché, essendo fascista, non poteva desiderare altro che la sua fine. Quando la lotta del proletariato e lo sdegno degli spiriti migliori dell’umanità imposero a Mussolini di trarre Gramsci dalla cella ove il suo corpo marciva e di concedergli una assistenza medica, venne comandato un picchetto di 18 carabinieri e di due poliziotti, diretti da un commissario speciale di pubblica sicurezza, per custodire un uomo che, dietro le grosse inferriate che erano state messe alla stanza povera e disadorna dell’ospedale, giaceva inanimato, privo di conoscenza per giornate intiere, incapace di allontanarsi dal letto senza avere chi lo sostenesse. Era chiaro, negli ultimi mesi, che l’organismo di Gramsci, spossato da dieci anni di reclusione e dalle malattie, aveva bisogno di un’assistenza speciale per poter resistere ancora. Le funzioni digestive non si compivano più in modo che il corpo potesse ricevere forza e ristoro dagli alimenti. Aveva perduto in carcere, in conseguenza dell’uricemia causatagli dal regime carcerario, tutti i denti. Gli attacchi di uricemia si moltiplicavano, minacciando il cuore. Le estremità si gonfiavano. La sclerosi del sistema vascolare, risultato inevitabile della privazione di aria, di luce e di movimento, faceva progressi minacciosi. La respirazione si faceva difficile, ogni movimento doloroso. La vita si trasformava lentamente, crudelmente, in agonia. I carnefici del nostro grande compagno spiavano e seguivano quest’agonia con gioia criminale. Ci si comportava verso di lui come se esistesse la direttiva di lasciarlo morire, puramente e semplicemente. E tale direttiva senza dubbio esisteva, perché negli ultimi mesi, mentre le sue condizioni si facevano di più in più gravi, egli non fu sottoposto a nessuna cura, a nessuno dei trattamenti di cui aveva bisogno.

Nonostante tutto questo per noi che conosciamo come Gramsci lottasse, durante tutto il periodo del carcere, con tutte le sue forze, per la propria vita, così come deve lottare ogni rivoluzionario – poiché sapeva che la sua vita era preziosa, che essa era necessaria alla classe operaia e al suo partito, – la morte di lui rimane avvolta di un’ombra che la rende inspiegabile. Alla lunga catena delle torture è stato aggiunto un ultimo innominabile misfatto? Chi conosce Mussolini e il fascismo, sa che avanzare questa ipotesi è legittimo. La morte di Gramsci rimane inspiegabile, soprattutto per il momento in cui è avvenuta, quando la sua pena, ridotta per diverse misure generali di amnistia e di indulto, spirava ed egli aveva il diritto di essere libero, di chiamare presso di sé amici e medici di fiducia, di iniziare una cura, di essere assistito. Inspiegabile perché essa è avvenuta proprio nel momento in cui certamente tutte le residue forze del suo organismo venivano già da lui messe in azione per far fronte alla situazione nuova che lo attendeva, per essere pronto a un nuovo periodo di attività.

Mussolini dette ai suoi sgherri l’ordine di trucidare Matteotti, nel 1924, perché l’azione energica di Matteotti nel parlamento, facendo presa sui sentimenti di giustizia e libertà delle masse popolari, minacciava il regime fascista in un momento particolarmente difficile. Così dette l’ordine di assassinare Amendola e Gobbetti, così fece sopprimere in carcere Gastone Sozzi, così ordinò con cinismo la soppressione di cento e cento altri tra i migliori figli del popolo italiano. L’assassinio è strumento normale di governo in regime di dittatura fascista. Ma Gramsci, questo è certo, è stato assassinato nel modo più inumano, nel modo più barbaro, nel modo più raffinatamente crudele. Dieci anni è durata la sua morte! La fine di Gramsci non rivela solo lo «stile» di Mussolini e del fascismo, rivela lo stile della grande borghesia capitalistica e delle altre caste reazionarie italiane, che hanno ereditato e fatto proprio tutto ciò che vi è di sordido, di inumano, di crudele nei metodi di oppressione di cui il popolo italiano è stato per secoli e secoli vittima, che hanno fatto proprie la perfidia e l’ipocrisia dei preti, la brutalità degli invasori stranieri, la prepotenza dei signorotti feudali, la grettezza e l’ingordigia degli strozzini.

Tutto ciò che il popolo italiano ha creato di grande, di geniale, nel corso della storia, è stato creato in una lotta dolorosa contro gli oppressori. Gli uomini più grandi che sono usciti dal seno del popolo italiano sono stati perseguitati dalle classi dirigenti del nostro paese. Perseguitato, costretto a vita esule e grama fu Dante, creatore della lingua italiana. Arso su una pubblica piazza fu Giordano Bruno, il primo pensatore italiano dei tempi moderni. Gettato a marcire in un carcere fu Tommaso Campanella, sognatore di un mondo fondato sull’ordine e sulla giustizia. Sottoposto alla tortura Galileo Galilei, creatore della scienza moderna sperimentale. Esule e trattato dai poliziotti della monarchia come un delinquente Giuseppe Mazzini, il primo assertore e combattente convinto dell’unità nazionale. Inviso, circondato di sospetti, calunniato Giuseppe Garibaldi, l’eroe popolare del Risorgimento. Tutta la storia del nostro popolo è la storia di una ribellione esteriore e domestica, di una lotta continua contro l’oscurantismo e l’ipocrisia, contro lo sfruttamento spietato e l’oppressione crudele delle masse lavoratrici, da parte delle classi possidenti. Antonio Gramsci è caduto in questa lotta; ma la sua vita di agitatore, di propagandista, di organizzatore politico, di capo della classe operaia e del partito comunista, non è più soltanto la protesta di una grande personalità isolata, non compresa o staccata dalle masse. In lui il popolo italiano non ha trovato soltanto l’uomo che, conoscendo a fondo la storia e le condizioni di esistenza del popolo, ha espresso le aspirazioni delle masse popolari, ha formulato gli obiettivi di libertà, di giustizia, di emancipazione sociale a cui tende la lotta secolare degli oppressi contro i loro oppressori. Antonio Gramsci è l’uomo che ha saputo riconoscere quali sono nella società italiana di oggi le forze di classe cui spetta storicamente il compito di liberare tutta la società da ogni sorta di oppressione e di sfruttamento. Egli non è soltanto un figlio del popolo e un ribelle, non è soltanto l’uomo che per la forza del suo ingegno, per la chiarezza e la profondità del suo pensiero politico e sociale, per la vigoria dei suoi scritti supera ogni altro italiano dei tempi nostri, egli è un rivoluzionario dei tempi moderni, cresciuto alla scuola della sola classe conseguentemente rivoluzionaria che la storia conosca: il proletariato industriale; profondamente appropriatosi della più rivoluzionaria delle dottrine politiche e sociali: il marxismo-leninismo. Strettamente legato alla classe operaia, combattente infaticabile per la creazione di un partito rivoluzionario di classe del proletariato, egli è un marxista, un leninista, un bolscevico.

Per questo la borghesia reazionaria e Mussolini lo hanno trattato non soltanto come nemico, ma come il più pericoloso, il più temibile dei nemici. Essi non si sentivano tranquilli fino a che Gramsci era vivo, fino a che «il suo cervello funzionava», fino a che non erano spente la sua mente e a sua volontà, fino a che il suo cuore non aveva cessato di battere. L’assassinio di lui è stato compiuto con l’intenzione precisa di privare il partito, il proletariato, il popolo del nostro paese di una guida illuminata, energica, sicura.

Nella storia del movimento operaio italiano, nella storia della cultura e del pensiero italiano, Antonio Gramsci è il primo marxista – il primo marxista vero, integrale, conseguente. Egli è infatti il primo che comprende a fondo l’insegnamento rivoluzionario dei fondatori del socialismo scientifico, il primo che comprende e si appropria le nuove posizioni conquistate dal marxismo nello sviluppo ulteriore datogli da Lenin e dal Stalin, il primo che sulla base di questo insegnamento determina la funzione storica del proletariato italiano e combatte, durante tutta la sua vita, per dare al proletariato la coscienza di questa funzione e la capacità di adempirla. Gramsci è il primo marxista d’Italia perché unisce in modo inseparabile alla teoria la pratica rivoluzionaria, allo studio e alla interpretazione dei fatti sociali il legame con le masse e l’attività quotidiana politica, perché è un internazionalista, perché cade tenendo alta nelle mani la bandiera del nostro partito e dell’Internazionale.

Oggi, dopo la sua morte, molti scrivono di lui e gli rendono omaggio che in vita lo combatterono aspramente e furono da lui aspramente combattuti. Gli omaggi che si rendono alla grandezza dell’ingegno e dell’animo del nostro compagno e capo sono omaggi dovuti. Abbiamo però il dovere di dire alto e forte che Gramsci non è stato l’«intellettuale», lo «studioso», lo «scrittore», nel senso che questi postumi elogiatori vorrebbero far credere. Prima di tutto Gramsci è stato ed è uomo di partito. Il problema del partito, il problema della creazione di una organizzazione rivoluzionaria della classe operaia, capace di inquadrare e dirigere la lotta di tutto il proletariato e delle masse lavoratrici per la loro emancipazione, questo problema sta al centro di tutta l’attività, di tutta la vita, di tutto il pensiero di Antonio Gramsci.

Giovanissimo, egli venne al movimento operaio, attorno al 1910, in un momento in cui maturavano nel nostro paese gli elementi di una profonda crisi politica. A partire dal 1900 l’industria si era sviluppata con un ritmo intenso, mentre, nelle pianure della Valle padana, i progressi dell’agricoltura capitalistica intensiva avevano cambiato la faccia di intiere regioni. Nelle grandi città industriali del Nord, dalla massa informe degli artigiani e dei piccoli bottegai, era sorto un proletariato numeroso, compatto, il quale aveva creato una fitta rete di organizzazioni politiche e sindacali di classe e imparava a maneggiare contro la borghesia l’arme dello sciopero. Nelle pianure padane, il formarsi di masse imponenti di proletariato agricolo aveva scosso l’equilibrio dei rapporti sociali e politici tradizionali: collo sviluppo delle grandi aziende agricole capitalistiche le «plebi rurali» dell’Italia del Nord si trasformavano in un esercito di salariati, e una fitta rete di organizzazioni di classe – leghe di braccianti, cooperative, sezioni del partito socialista – faceva penetrare fin nelle provincie più arretrate un nuovo spirito rivoluzionario. Combattiva, impetuosa, insofferente di ingiustizia, aspirante a un minimo benessere economico che da secoli le era negato, animata da una concezione messianica primitiva del socialismo e della rivoluzione, la massa dei braccianti diventava la protagonista di una serie di scioperi grandiosi e nel corso di essi apprendeva le virtù proletarie della disciplina e della solidarietà. L’apparato dello Stato scricchiolava sotto questa duplice pressione di grandi masse organizzate.

Gramsci era nato in Sardegna, caratteristica regione di rapporti economici e sociali arretrati. Figlio di contadini poveri, aveva avuto agio di osservare la spaventosa miseria dei semiproletari agricoli e dei pastori dell’isola che la borghesia capitalistica italiana, realizzata l’unità nazionale, aveva considerato e trattato, al pari di tutte le regioni agricole del Mezzogiorno, quasi come una colonia. La miseria dei contadini sardi e meridionali è stata una delle condizioni dello sviluppo industriale del Settentrione. Le risorse e le ricchezze naturali dell’isola sono state saccheggiate dai capitalisti del continente, mentre gli sporadici tentativi di rivolta spontanea dei contadini affamati venivano liquidati con le armi, nella lotta contro il «brigantaggio». Per consolidare il suo potere e particolarmente per mantenere in soggezione le masse rurali del Mezzogiorno e delle isole, la borghesia capitalistica si alleava con i grandi proprietari di terre e con la borghesia rurale parassitaria cresciuta all’ombra della grande proprietà terriera di tipo feudale, si assumeva il compito di mantenere in vita quei residui di rapporti sociali e politici arretrati che gravavano come una palla di piombo sulla vita economica e politica di tutto il paese. Questa particolare forma di alleanza di classe tra la borghesia industriale dell’Alta Italia e le caste reazionarie meridionali che sono la espressione di residui di rapporti precapitalistici, ha dato una particolare impronta reazionaria alla vita politica italiana anche nel periodo in cui le classi dirigenti furono costrette, sotto la pressione delle masse, a riconoscere la libertà di organizzazione dei lavoratori, la libertà di lavoro e di sciopero, anche quando furono costrette a concedere, alla vigilia della guerra mondiale, il suffragio universale.

Gramsci aveva visto nei villaggi della Sardegna i contadini andare a votare con le tasche cucite, per impedire che i poliziotti in borghese o gli agenti dei signori vi introducessero un coltello per poi far arrestare dai carabinieri i poveretti a centinaia e garantire il trionfo del candidato del governo, – e la consapevolezza del carattere reazionario della borghesia e dello Stato italiano è la base prima di tutto il suo pensiero politico.

«Lo Stato italiano – egli scriveva – non ha mai neppure tentato di mascherare la dittatura spietata della classe proprietaria. Si può dire che lo Statuto albertino sia servito a un solo fine preciso: a legare fortemente le sorti della Corona alle sorti della proprietà privata… La Costituzione non ha creato nessun istituto che presidi almeno formalmente le grandi libertà dei cittadini: la libertà individuale, la libertà di parola e di stampa, la libertà di associazione e di riunione. Negli Stati capitalistici, che si chiamano liberali democratici, l’istituto massimo di presidio delle libertà popolari è il potere giudiziario; nello Stato italiano la giustizia non è un potere, è un ordine; è uno strumento del potere esecutivo, è uno strumento della Corona e della classe proprietaria… Il presidente del Consiglio è l’uomo di fiducia della classe proprietaria; alla sua scelta collaborano le grandi banche, i grandi industriali, i grandi proprietari terrieri, lo stato maggiore; egli si prepara la maggioranza parlamentare con la frode e con la corruzione; il suo potere è illimitato, non solo di fatto, come è indubbiamente in tutti i paesi capitalistici, ma anche di diritto; il presidente del Consiglio è l’unico potere dello Stato italiano.

«La classe dominante italiana non ha neppure avuto l’ipocrisia di mascherare la sua dittatura; il popolo lavoratore è stato da essa considerato come un popolo di razza inferiore, che si può governare senza complimenti, come una colonia africana. Il paese è sottoposto a un permanente regime di stato d’assedio… Gli agenti vengono sguinzagliati nelle case e nei locali di riunioni… la libertà individuale e di domicilio è violata, i cittadini sono ammanettati, confusi coi delinquenti comuni, in carceri luride e nauseabonde, la loro integrità fisiologica è indifesa contro la brutalità, i loro affari sono interrotti e rovinati. Per il semplice ordine di un commissario di polizia, un locale di riunione viene invaso e perquisito, una riunione viene sciolta. Per il semplice ordine di un prefetto, un censore cancella uno scritto, il cui contenuto non rientra affatto nelle proibizioni contemplate nei decreti generali. Per il semplice ordine di un prefetto, i dirigenti di un sindacato vengono arrestati, si tenta di sciogliere un’associazione…».

Il movimento socialista sorse e si sviluppò in Italia, soprattutto nei primi tempi, come una protesta vigorosa contro questo regime di reazione e di arbitrio, di privazione delle masse lavoratrici di ogni diritto. Perciò esso ebbe un carattere largamente popolare e affluirono in esso in massa gli intellettuali di origine piccolo-borghese e persino gli elementi radicali della borghesia, che soffrivano dell’arretratezza economica e politica del paese e insorgevano contro di essa. Il compito dei capi socialisti avrebbe dovuto consistere nel dare alla classe operaia la direzione di questo largo movimento popolare; nel guidare la classe operaia, attraverso una lotta conseguente contro la reazione e per le libertà democratiche, ad affermare la propria egemonia politica e a dirigere tutte le masse oppresse e sfruttate, a cacciare dal potere la borghesia capitalistica e le caste reazionarie ad essa alleate. I capi socialisti fallirono a questo compito; fallirono anche i migliori, quelli che erano più legati con le masse di cui sentivano le sofferenze e le aspirazioni, e che più odiavano la borghesia. Non avendo compreso la sostanza delle dottrine marxiste, costoro non riuscirono mai ad andare più in là di un rivoluzionarismo sentimentale e di una «intrnsigenza» verbale, mentre i capi del tipo di Turati, staccatisi dal marxismo per finire nel pantano del revisionismo e della democrazia piccolo-borghese, cercavano di incatenare il movimento proletario al carro dello Stato capitalistico; favorivano il piano degli uomini di Stato liberali che consisteva nel corrompere una parte dei quadri del movimento socialista per spezzare col loro aiuto lo slancio rivoluzionario delle masse operaie e contadine; diventavano in seno alle organizzazioni proletarie il veicolo e gli agenti diretti dell’influenza borghese. Karl Marx – secondo la espressione di Giolitti – veniva «messo in soffitta». La gioventù studiosa, delusa, si staccava dal socialismo di cui i filosofi borghesi proclamavano con pompa il fallimento e incominciava a passare nel campo delle prime organizzazioni reazionarie nazionaliste e semifasciste, create già prima della guerra dai gruppi più reazionari della grande borghesia per avere un appoggio ad una politica di espansione imperialistica, di brigantaggio e di rapina.

In polemica contro i Turati, i Treves e gli altri santoni del socialismo riformista, Gramsci ebbe occasione più volte di esprimere il suo sdegno per l’opera di corruzione ideologica svolta da questi capi.

«Il nullismo opportunista e riformista – egli scriveva – che ha dominato il Partito socialista italiano per decine e decine di anni, e oggi irride con lo scetticismo beffardo della senilità agli sforzi della nuova generazione e al tumulto di passioni suscitato dalla Rivoluzione bolscevica, dovrebbe fare un piccolo esame di coscienza sulle sue responsabilità e la sua incapacità a studiare, a comprendere, a svolgere un’azione educativa. Noi giovani dobbiamo rinnegare questi uomini del passato, dobbiamo disprezzare questi uomini del passato: quale legame esiste tra noi e loro? Cosa hanno creato, cosa ci hanno consegnato da tramandare? Quale ricordo di amore e di gratitudine per averci aperto e illuminato la via della ricerca e dello studio, per aver creato le condizioni di un nostro progresso, di un nostro balzo in avanti? Tutto abbiamo dovuto creare da noi, con le nostre forze e con la nostra pazienza – la generazione italia attuale è figlia di se stessa; non ha il diritto di irridere ai suoi errori e ai suoi sforzi chi non ha lavorato, chi non ha prodotto, chi non le può lasciare nessun’altra eredità che non sia una mediocre raccolta di mediocri articolucci da giornale quotidiano».

La necessaria opera di restaurazione del marxismo nel nostro paese, Gramsci poté iniziarla e compierla, prima di tutto, grazie al legame stretto, inscindibile che si stabilì tra lui e la classe operaia quand’egli venne dalla Sardegna a Torino, nel 1911. A Torino, il giovane sovversivo sardo andò alla scuola di un proletariato giovane, intelligente, fortemente concentrato, rivoluzionario, il quale già prima della guerra, nel corso dei grandi scioperi metallurgici, aveva dato prove meravigliose di organizzazione, di combattività e disciplina e già allora appariva a tutto il paese come la parte più avanzata e cosciente della classe operaia.

«Sino alla rivoluzione borghese, la quale creò in Italia l’attuale ordine borghese, Torino era la capitale di un piccolo Stato, che comprendeva il Piemonte, la Liguria, la Sardegna. A quel tempo regnavano in Torino la piccola industria, la produzione domestica e il commercio. Quando l’Italia diventò un regno unito con Roma capitale, Torino parve in pericolo di perdere l’importanza che aveva prima. Ma la città superò rapidamente la crisi economica, la sua popolazione si raddoppiò ed essa divenne una delle più grandi città industriali d’Italia. Si può dire che l’Italia ha tre capitali: Roma, centro amministrativo dello Stato borghese; Milano, ganglio centrale della vita commerciale e finanziaria del paese (tutte le banche, gli uffici e gli istituti finanziari sono stati concentrati a Milano); e infine Torino, centro della industria, dove la produzione industriale ha trovato il suo più alto sviluppo. Col trasporto della capitale a Roma, tutta la media e piccola borghesia intellettuale, che dava una impronta determinata alla esteriorità del nuovo Stato borghese, abbandonò Torino. Ma lo sviluppo della grande industria attrasse a Torino il fiore della classe operaia italiana. Il processo di formazione di questa città è dunque estremamente interessante per la storia d’Italia e della rivoluzione proletaria italiana. Il proletariato torinese divenne in questo modo il capo della vita spirituale delle masse operaie italiane, le quali sono legate alla città con tutti i legami possibili: origine, famiglia, tradizione, storia, ed anche con legami spirituali (ogni operaio italiano desidera ardentemente di andare a lavorare a Torino).»[1]

Il legame di Antonio Gramsci con gli operai di Torino non fu soltanto un legame politico, ma un legame personale, fisico, diretto e multiforme. Schieratosi all’ala sinistra del movimento socialista, pochi mesi dopo lo scoppio della guerra, nel 1915, chiamato a dirigere il giornale della sezione socialista torinese, Gramsci occupò presto nel movimento rivoluzionario torinese un posto a parte. Per i riformisti, nelle mani dei quali si trovava, anche in Torino, una grande parte dei posti di direzione delle organizzazioni proletarie, la massa operaia era soltanto un punto di appoggio per la politica di collaborazione con la borghesia che essi conducevano anche durante la guerra. I rivoluzionari, che a Torino erano la maggioranza nella sezione del partito, lottavano sì contro i riformisti, avevano preso una giusta posizione sul problema dei comitati di mobilitazione industriale, rifiutando l’adesione ad essi delle organizzazioni operaie, ma non riuscivano a fare una politica diversa da quella della direzione del partito. La politica della direzione del partito era una politica centrista; essa si riassumeva nella formula famigerata: «non aderire alla guerra e non sabotarla», formula che, nei confronti delle masse, salvava le apparenze, mentre consentiva ai riformisti tutte le porcherie collaborazionistiche e socialpatriottiche di cui essi erano capaci. In questa situazione Gramsci si sforzava, prima di tutto, di imparare dalle masse. Nel contatto con le masse egli cercava gli elementi per la soluzione dei problemi reali e politici che la guerra e il dopoguerra dovevano porre davanti al popolo italiano.

Nell’operaio della grande industria moderna concentrata, egli vedeva la forza capace di risolvere tutti i problemi della società italiana, «il protagonista della storia dell’Italia moderna». In questo modo egli respingeva tutte le posizioni reazionarie dei democratici borghesi, i quali, partendo dalla constatazione «della particolare struttura dell’Italia come paese di contadini» e basandosi sulla situazione fatta nello Stato italiano alle masse contadine meridionali e delle isole, contrapponevano queste masse contadine alla classe operaia, facevano del «problema del Mezzogiorno» un problema separato dal problema generale della rivoluzione proletaria e socialista, e fomentando la gelosia e il sospetto dei contadini contro gli operai e contro le loro organizzazioni, creando una scissione tra il proletariato e le masse contadine rendevano alla borghesia reazionaria il migliore dei servizi. Ma in qual modo la classe operaia riuscirà a esercitare la sua funzione storica?

Attorno a questo problema la mente di Gramsci lavora già prima della guerra e durante la guerra. Egli comprende che dalla guerra uscirà lo sfacelo della società italiana, perché le grandi masse lavoratrici, risvegliatesi ed entrate impetuosamente nella vita politica, chiederanno imperiosamente la soddisfazione dei loro bisogni, e l’apparato tradizionale di governo della borghesia non resisterà a questa spinta. Il proletariato deve riuscire a creare un nuovo apparato di governo della società e questo apparato non può essere fornito né dai sindacati né dalle altre organizzazioni operaie già esistenti. Occorre una organizzazione nuova, nella quale si incarni la volontà e la capacità del proletariato di prendere il potere, di organizzare un nuovo Stato, una nuova società.

È in questo ordine di idee che l’attenzione di Gramsci si dirige verso la fabbrica, verso le forme che la lotta di classe prende sul luogo di lavoro, verso le nuove organizzazioni che già durante la guerra gli operai creano nelle fabbriche e che si distinguono dai sindacati perché hanno la capacità di condurre una lotta più vasta della semplice lotta salariale. È allora che egli moltiplica i suoi contatti diretti con gli operai, coi quali parla, discute per giornate e notti intiere, facendosi raccontare anche i più piccoli episodi della vita di fabbrica, animato dalla volontà di scoprire le forme nuove nelle quali si manifesta sul luogo stesso del lavoro, nel momento in cui matura la più grave crisi che l’Italia abbia attraversato, la spinta degli operai a una lotta per il potere. È allora che egli incomincia a diventare il più popolare e il più amato dei capi socialisti di Torino. Si avvicinano a lui i giovani, Si avvicinano a lui gli operai più intelligenti e attivi non solo tra i socialisti, ma tra gli anarchici, tra i cattolici. La stanza dove egli lavora, nella sede delle organizzazioni operaie cittadine, la soffitta dove egli abita, incominciano a diventare la meta di un pellegrinaggio ininterrotto. Si parla di lui nelle fabbriche come di un nuovo capo. E in realtà, nel movimento operaio italiano, è apparso da quel momento, un capo nuovo, il capo che sa imparare dalle masse, che elabora, a contatto diretto con le masse, l’esperienza politica rivoluzionaria della classe operaia.

La spinta decisiva alla formazione del suo pensiero e allo sviluppo della sua azione rivoluzionaria, viene a Gramsci, in questo momento, dalla rivoluzione russa, dall’esempio del bolscevismo e di Lenin.

Verso la rivoluzione russa, verso il bolscevismo e verso Lenin si orientano rapidamente, per uno slancio spontaneo di intuizione proletaria e rivoluzionaria, le masse proletarie torinesi e tutti gli elementi rivoluzionari della classe operaia italiana.

«La notizia della rivoluzione russa di marzo venne accolta a Torino – ha scritto Gramsci – con gioia indescrivibile. Gli operai piangevano di commozione quando appresero che il regime dello zar era stato abbattuto dalla forza degli operai di Pietrogrado. Essi non si lasciarono però abbagliare dalla fraseologia demagogica di Kerenski e dei menscevichi. Quando, nel luglio 1917, la missione militare inviata nell’Europa occidentale dal Soviet di Pietrogrado giunse a Torino, i membri di essa, Smirnov e Goldenberg, i quali parlarono a una folla di 25.000 persone, vennero accolti da grida assordanti di “Viva il compagno Lenin! Viva i bolscevichi”.

«Goldenberg non era particolarmente edificato di questo saluto: egli non riusciva a comprendere in qual modo il compagno Lenin avesse conquistato una tale popolarità tra gli operai di Torino. Né si deve dimenticare che questa manifestazione ebbe luogo dopo che era stata soffocata l’insurrezione di luglio  a Pietrogrado, mentre i giornali borghesi riboccavano di articoli furibondi contro Lenin e contro i bolscevichi, i quali venivano designati come banditi, intriganti, agenti e spie dell’imperialismo tedesco.

«Dall’inizio della guerra italiana (24 maggio 1915) sino ai giorni della manifestazione di cui ci stiamo occupando, il proletariato torinese non aveva tenuto alcuna riunione di massa. La grandiosa manifestazione organizzata in onore del Soviet dei deputati operai di Pietrogrado aprì un nuovo periodo del movimento delle masse. Era appena passato un mese che gli operai di Torino insorsero con le armi alla mano contro l’imperialismo e il militarismo italiano. La insurrezione ebbe inizio il 23 agosto 1917. Per cinque giorni combatterono gli operai nelle strade e sulle piazze della città. Gli insorti, che avevano fucili, bombe a mano e mitragliatrici, giunsero ad occupare alcuni settori della città. Da tre a quattro volte essi tentarono di impadronirsi del centro, dove avevano la loro sede le istituzioni cittadine e il comando militare, ma due anni di guerra e di reazione avevano distrutto la organizzazione del proletariato che prima era sì forte. Gli operai, i quali erano armati dieci volte peggio dei loro avversari, furono battuti. Invano avevano sperato nell’appoggio dei soldati: i soldati si lasciarono trarre in inganno dalla insinuazione che la rivolta fosse stata provocata dai tedeschi.

«La folla innalzò grandi barricate, scavò bocche di lupo, circondò i quartieri che essa occupava con siepi di filo spinato percorse dalla corrente elettrica e respinse, per cinque giornate tutti gli attacchi delle truppe e della polizia. Più di 500 operai caddero nella lotta; più di duemila furono feriti gravemente. Dopo la sconfitta, i migliori elementi della classe operaia vennero arrestati e cacciati da Torino. Alla fine della sommossa, il movimento aveva perduto di intensità rivoluzionaria, ma le masse rimanevano come prima orientate verso il comunismo.»

Subito dopo l’insurrezione dell’agosto, Gramsci fu eletto segretario della sezione torinese del partito socialista. Era il primo riconoscimento aperto della sua funzione di capo del proletariato della città più rossa d’Italia. Era il riconoscimento della parte che egli aveva avuto nel preparare gli operai torinesi a comprendere la rivoluzione russa, a comprendere e ad amare i suoi capi, Lenin e Stalin.

Sin dall’epoca dei convegni di Zimmerwald e di Kienthal, una delle maggiori preoccupazioni di Gramsci era stata quella di riuscire a conoscere e a prendere contatto con le correnti rivoluzionarie del movimento operaio internazionale e in primo luogo col bolscevismo. Non era facile assolvere questo compito, nell’Europa del periodo della guerra, quando le frontiere erano barriere quasi insormontabili. Si accumulavano sul tavolo di Gramsci le pubblicazioni sovversive illegali, venute da tutte le parti del mondo e redatte in tutte le lingue del mondo. Gli scritti di Lenin, i documenti del partito bolscevico venivano cercati, attesi con ansia, tradotti, letti e discussi collettivamente, spiegati, fatti circolare nelle fabbriche. Gramsci era l’anima di questo lavoro. Dagli scritti di Lenin scaturiva una parola nuova, la parola che gli operai d’Italia attendevano e che doveva guidarli nelle loro lotte grandiose del dopoguerra. La dottrina marxista, liberata dalla scorie sotto le quali gli opportunisti avevano sotterrato la sua sostanza rivoluzionaria, riappariva nella sua luce vera, come dottrina della rivoluzione proletaria e della dittatura del proletariato. I nuovi sviluppi che il marxismo riceveva nelle opere e nell’azione di Lenin, l’esperienza del bolscevismo e della rivoluzione russa aprivano davanti agli operai italiani una concreta prospettiva di soluzione dei problemi che alla fine della guerra stavano davanti a loro.

Gramsci fu il primo che comprese, in Italia, il valore internazionale dell’insegnamento di Lenin, il valore internazionale del bolscevismo e della grande Rivoluzione socialista d’ottobre.

«La rivoluzione russa – egli scriveva nel 1919 – ha rivelato un’aristocrazia di statisti che nessun’altra nazione possiede. Sono un paio di migliaia di uomini che tutta la vita hanno dedicato allo studio sperimentale delle scienze politiche ed economiche, che durante decine di anni d’esilio hanno analizzato e sviscerato tutti i problemi della rivoluzione, che nella lotta, nel duello impari contro la potenza dello zarismo, si sono temprati un carattere d’acciaio, che vivendo a contatto con tutte le forme della civiltà capitalistica di Europa, d’Asia, d’America, hanno acquistato una coscienza di responsabilità esatta e precisa, fredda e tagliente come la spada dei conquistatori d’imperi.

«I comunisti russi son un ceto dirigente di primo ordine. Lenin si è rivelato il più grande statista dell’Europa contemporanea: l’uomo che sprigiona il prestigio che infiamma e disciplina i popoli; l’uomo che riesce a dominare tutte le energie sociali del mondo che possono essere rivolte a beneficio della rivoluzione; che tiene in iscacco e batte i più raffinati e volpini statisti della borghesia…

«La rivoluzione è tale… quando si incarna in un tipo di Stato, quando diventa un sistema organizzato di potere… La rivoluzione proletaria è tale quando dà vita a uno Stato tipicamente proletario, che svolge le sue funzioni essenziali come emanazione della vita e della potenza proletaria.

«I bolscevichi hanno dato forma statale alle esperienze storiche e sociali del proletariato russo, che sono le esperienze della classe operaia internazionale… Lo Stato dei Soviet è diventato lo Stato di tutto il popolo russo, e ciò hanno ottenuto la tenace perseveranza del partito comunista, la fede e la lealtà entusiastiche degli operai, l’assidua e incessante opera di propaganda, di rischiaramento, di educazione compiuta dagli uomini del comunismo russo, condotti dalla volontà chiara e rettilinea del maestro di tutti: Lenin. Il Soviet si è dimostrato immortale come forma di società organizzata che aderisce ai multiformi bisogni della grande massa del popolo russo, che incarna e soddisfa le aspirazioni e le speranze di tutti gli oppressi del mondo… Lo Stato dei Soviet dimostra di essere il primo nucleo di una società nuova… La storia è dunque in Russia, la vita è dunque in Russia; solo nel regime dei Consigli trovano la loro adeguata soluzione tutti i problemi di vita e di morte che incombono sul mondo.»

Istruito dall’esperienza della rivoluzione russa, Antonio Gramsci per primo restaurava nel movimento socialista italiano e popolarizzava tra le masse il concetto di dittatura del proletariato, come elemento essenziale del marxismo.

Nella prima edizione in lingua italiana degli scritti di Karl Marx persino le parole «dittatura del proletariato» erano scomparse. Nella Critica del Programma di Gotha, il traduttore riformista si era dato la cura di sostituire a queste parole l’espressione innocua di «lotta di classe del proletariato»! Antonio Labriola, profondo conoscitore e volgarizzatore del pensiero di Marx, aveva parlato di dittatura del proletariato come del «governo educativo della società» dopo la conquista del potere da parte della classe operaia. Ma Antonio Labriola non era stato in grado di comprendere e spiegare che cosa significasse concretamente questa espressione, tanto in generale quanto in concreto, nella società italiana e per gli operai italiani. Il termine «dittatura del proletariato» rimaneva in lui un confuso termine di filosofia politica. Più tardi, i «teorici» del sindacalismo chiamavano «dittatura proletaria» le violenze che essi esercitavano contro le sedi dei sindacati riformisti, per costringere le organizzazioni sindacali a fare degli scioperi a ripetizione, senza preparazione e senza prospettive di successo. Dopo la vittoria della rivoluzione di Ottobre, il partito socialista iscrisse la dittatura del proletariato nel suo programma; ma in seno al partito, mentre Turati proclamava che i soviet stavano alla repubblica parlamentare come l’orda sta alla città, gli elementi che si dicevano rivoluzionari erano incapaci di comprendere in che cosa consistesse il compito di lottare, in modo concreto, per l’instaurazione della dittatura del proletariato.

«La formula “dittatura del proletariato”, – scriveva Gramsci prendendo posizione tanto contro gli opportunisti alla Turati quanto contro il rivoluzionarismo verbale dei centristi alla Serrati e delle scimmie urlatrici alla Bombacci, – deve finire di essere solo una formula, un’occasione per sfoggiare fraseologia rivoluzionaria. Chi vuole il fine, deve anche volere i mezzi. La dittatura del proletariato è l’instaurazione di un nuovo Stato, dello Stato proletario… Questo Stato non si improvvisa: i comunisti bolscevichi russi per otto mesi lavorarono a diffondere la parola d’ordine: “Tutto il potere ai Soviet”, e i Soviet erano noti agli operai russi sin dal 1905. I comunisti italiani devono far tesoro dell’esperienza russa ed economizzare tempo e lavoro».

Forte degli studi da lui precedentemente fatti sulle forme di organizzazione della classe operaia e della lotta di classe nella fabbrica, egli legava in modo diretto il problema della lotta per la dittatura proletaria al problema della creazione di una organizzazione operaia di nuovo tipo, nella quale si incarnasse la lotta degli operai per il potere e che potesse diventare la base dello Stato proletario.

«Esiste in Italia – egli chiedeva – come istituzione della classe operaia, qualcosa che possa essere paragonato al Soviet, che partecipi della sua natura? Qualcosa che ci autorizzi ad affermare il Soviet è una forma universale, non è un istituto russo, solamente russo; il Soviet è la forma in cui, dappertutto, dove esistono proletari in lotta per conquistare l’autonomia industriale, la classe operaia manifesta questa volontà di emanciparsi; il Soviet è la forma di autogoverno delle masse operaie? Esiste un germe, una velleità, una timidezza di governo dei Soviet in Italia, a Torino?».

E rispondeva:

«Sì, esiste in Italia, a Torino, un germe di governo operaio, un germe di Soviet: è la commissione interna di fabbrica».

La commissione interna di fabbrica, sorta durante la guerra per iniziativa dei sindacati, si veniva sviluppando come organismo autonomo, eletto da tutta la maestranza e rappresentanza di tutta la massa operaia di fronte al padrone. La trasformazione veniva accelerata dalle condizioni generali davanti a cui la crisi del dopoguerra poneva la classe operaia, stimolando in essa la coscienza della necessità della lotta per il potere. Dalle commissioni interne sorgeva in Torino il movimento dei Consigli di fabbrica, movimento di tipo sovietico, che minacciava la società borghese e il potere della borghesia nelle sue basi, sul luogo stesso della produzione.

Gramsci fu il capo del movimento dei Consigli di fabbrica. Il giornale da lui fondato il 1° maggio 1919, l’Ordine Nuovo, fu l’organo di questo movimento.

Pochi dei vecchi capi socialisti compresero il movimento dei Consigli di fabbrica. Si accusò Gramsci, perché egli si sforzava di concentrare l’attenzione degli operai non più sugli intrighi parlamentari, ma sui problemi della produzione e della fabbrica, di essere un sindacalista. Tutta la polemica di Gramsci era invece diretta contro il sindacalismo, e tendeva a dimostrare che i sindacati di mestiere non sono gli organi di cui la classe operaia si possa servire per organizzare la lotta per il potere e costruire il proprio Stato. Lo si accusò di eludere, facendo dei Consigli di fabbrica l’asse della lotta per il potere, il problema del partito e della sua funzione dirigente. In realtà, Gramsci comprendeva molto bene fin dal 1917 che il Partito socialista italiano, nel quale spadroneggiavano i riformisti, i centristi e demagoghi impotenti, non era in grado di dirigere la lotta del proletariato italiano per il potere. Egli comprendeva in pari tempo che, nella situazione italiana del dopoguerra, la lotta per il potere non poteva essere rinviata se non si voleva aprire la strada alla reazione terribile della borghesia.

«La fase attuale della lotta di classe in Italia – scriveva egli – è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano una ripresa della produttività, o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo a un lavoro servile».

Bisognava fare in fretta. Il problema del «tempo» diventava essenziale. E per fare in fretta occorreva non «rinviare» la lotta per il potere a una fase ulteriore, e intanto provvedere all’organizzazione di un nuovo partito rivoluzionario, ma occorreva risolvere nello stesso tempo il problema del partito, cioè della direzione politica di tutto il movimento da parte dell’avanguardia del proletariato, e il problema della organizzazione delle più vaste masse operaie e lavoratrici in forme adeguate alla lotta per la presa del potere. L’energia rivoluzionaria che si sprigionava dalle masse durante la crisi del dopoguerra era tale che avrebbe potuto permettere di risolvere insieme questi due problemi. Gramsci stesso riconobbe, in seguito, che alcune delle formulazioni da lui date al suo pensiero nel 1919 e nel 1920 difettavano di precisione; ma la sostanza è che sin dal primo momento la creazione e lo sviluppo dei Consigli di fabbrica venivano da lui collegati con la creazione e con lo sviluppo di una rete di organizzazioni politiche, cioè di «gruppi comunisti» capaci in pari tempo di dirigere il movimento dei Consigli e di rinnovare radicalmente il partito socialista, rivoluzionando la sua struttura, i suoi modi di azione, la sua attività quotidiana e il suo indirizzo politico. Lo sviluppo dei consigli di fabbrica avrebbe in tal modo dovuto portare in pari tempo al sopravvento nel partito degli elementi proletari e rivoluzionari sui riformisti e sui centristi. Malauguratamente, ciò avvenne soltanto a Torino.

In Torino e nei centri dove poté giungere l’influenza diretta di Gramsci, il movimento dei Consigli si sviluppò in modo impetuoso, travolgente. I riformisti furono cacciati dalla direzione dei sindacati, i centristi dalla direzione delle sezioni di partito. I limiti della lotta salariale corporativa e della lotta elettorale vennero oltrepassati. Tra il proletariato e la borghesia si ingaggiò un combattimento per la vita e per la morte nel quale gli operai giunsero sino alle soglie dell’insurrezione. Nell’aprile del 1920, per spezzare il tentativo degli imprenditori di troncare il movimento dei Consigli, scoppiò sotto la direzione immediata di Gramsci, il movimento più grandioso di tutto il dopoguerra italiano: uno sciopero generale politico di tutto il proletariato cittadino della durata di undici giorni, saldatosi rapidamente con uno sciopero di operai agricoli delle province limitrofe e con movimenti di solidarietà che vennero prendendo una ampiezza sempre maggiore e un carattere sempre più minaccioso, sino a che intervennero a stroncare il movimento, d’accordo col governo, i capi riformisti della Confederazione, appoggiati dalla direzione del partito, che diceva di essere rivoluzionaria.

Gli elementi di sinistra del partito socialista, cui Gramsci propose allora un accordo per una azione comune al fine di scatenare e dirigere un movimento rivoluzionario in tutto il paese, passando sopra la testa della direzione del partito, esitante e sempre pronta a capitolare davanti ai riformisti, respinsero e proposte di Gramsci. Le respinse (col pretesto che bisognava aspettare di sistemare i conti coi riformisti e coi centristi in un regolare congresso del partito) anche Bordiga, che si dava le arie di essere, alla testa della frazione astensionista, il più rivoluzionario di tutti, ma in realtà giudicava i problemi della rivoluzione coi criteri di un pedante e copriva il suo opportunismo colla maschera del dottrinarismo di sinistra.

Il movimento dei Consigli di fabbrica rimane, nella storia del movimento operaio italiano, il tentativo più ardito compiuto dalla parte più avanzata del proletariato per realizzare la propria egemonia nella lotta per rovesciare il potere della borghesia e instaurare la dittatura proletaria. La questione delle forze motrici della rivoluzione italiana e la questione contadina, come corollario del problema della dittatura proletaria, erano ormai impostate e risolte correttamente dal proletariato torinese, diretto da Gramsci.

«La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole – scriveva l’Ordine Nuovo all’inizio del 1920 – e le ha ridotte a colonie di sfruttamento; il proletariato settentrionale, emancipando se stesso dalla schiavitù capitalistica, emanciperà le masse contadine meridionali asservite alla banca e all’industrialismo parassitario del Settentrione. La rigenerazione economica e politica dei contadini non deve essere ricercata in una divisione delle terre incolte e mal coltivate, ma nella solidarietà del proletariato industriale, che ha bisogno, a sua volta, della solidarietà dei contadini, che ha interesse a che il capitalismo non rinasca economicamente dalla proprietà terriera e ha interesse che l’Italia meridionale e le isole non diventino una base militare di controrivoluzione capitalistica… Spezzando l’autocrazia nella fabbrica, spezzando l’apparato oppressivo dello Stato capitalistico, instaurando lo Stato operaio, gli operai spezzeranno tutte le catene che tengono avvinghiato il contadino alla sua miseria, alla sua disperazione; instaurando la dittatura operaia, avendo in mano l’industria e le banche, il proletariato rivolgerà l’enorme potenza dell’organizzazione statale per sostenere i contadini nella loro lotta contro i proprietari, contro la natura, contro la miseria: darà il credito ai contadini, istituirà le cooperative, garantirà la sicurezza personale e dei beni contro i saccheggiatori, farà le opere pubbliche di risanamento e di irrigazione. Farà tutto questo perché è suo interesse dare incremento alla produzione agricola, perché è suo interesse avere e conservare la solidarietà delle masse contadine, perché è suo interesse rivolgere la produzione industriale a un lavoro utile di pace e di fratellanza tra città e campagna, tra Settentrione e Mezzogiorno.

In questo piano grandioso di riorganizzazione della economia e della società italiana, l’operaio della grande industria si presenta realmente come il protagonista della storia del nostro paese, e la casse operaia come la prima, la sola, la vera classe nazionale, cui spetta risolvere tutti i problemi che dalla borghesia e dalla rivoluzione borghese non sono stati risolti, e di sopprimere ogni forma di sfruttamento, di miseria, di oppressione.

All’impeto di rivoluzionario delle masse, alla chiarezza del pensiero politico del dirigente si univa, nel movimento dell’Ordine Nuovo e dei Consigli di fabbrica, un singolare Sturm und Drang culturale proletario per cui, uscendo dal terreno della politica pura, venivano affrontati, discussi, popolarizzati fra le masse i problemi più vasti della storia del nostro paese, dell’arte, della letteratura, della morale proletaria, della scuola e della tecnica. Il marxismo-leninismo riacquistava la sua fisionomia di concezione integrale della vita e del mondo, e Gramsci era particolarmente aspro e feroce nella lotta contro coloro che negavano alle masse lavoratrici la capacità di comprendere e appropriarsi i problemi più elevati della scienza e della cultura.

Maxim Gorki e Romain Rolland, Barbusse e Leonardo da Vinci avevano il loro posto nella rivista dei Consigli di fabbrica, accanto ai tecnici che vi discutevano le questioni dell’organizzazione scientifica del lavoro e alle lettere dei semplici manovali. Quando fu decisa l’occupazione delle fabbriche, gli operai di Torino, educati, consigliati, diretti da Gramsci, furono in grado di far funzionare per un mese, senza padroni e senza direttori di fabbrica, uno dei più complicati apparati di produzione. La classe operaia acquistava, attraverso il movimento dei Consigli, un prestigio tale che la faceva diventare centro di attrazione della intellettualità progressiva, della gioventù studiosa, della massa dei tecnici di fabbrica, degli impiegati. L’unità di tutte le forze di libertà e di progresso, cui spetta l’opera di liberazione politica e sociale del popolo italiano, trovava una sua prima realizzazione concreta.

Al II Congresso dell’Internazionale comunista, quando si discusse della questione italiana, Lenin dichiarò che tra i gruppi esistenti nel partito socialista, quello le cui posizioni fondamentali coincidevano con le posizioni dell’Internazionale era il gruppo dell’Ordine Nuovo; nelle tesi del congresso la piattaforma politica scritta da Gramsci, approvata dalla sezione socialista torinese e intitolata Per un rinnovamento del Partito Socialista viene indicata come il documento da porre alla base del prossimo congresso del partito. Tutti i problemi inerenti alla creazione in Italia di un partito comunista sono indicati in questa piattaforma in modo chiaro, concreto, energico, che non lascia luogo ad alcun dubbio. Ma il movimento dell’Ordine Nuovo non era rappresentato al Congresso di Mosca e questo solo fatto indica che vi era un difetto nel modo come esso conduceva la lotta per la creazione del partito. Può sembrare a prima vista che si trattasse di timidezza, di modestia eccessiva, trasformantesi, come ogni eccesso, in un errore, e in parte la cosa corrisponde al vero. La serietà intellettuale, la ripugnanza per ogni sorta di demagogia si univano in Gramsci effettivamente a una grande modestia personale, che gli impedì di imporsi subito, come avrebbe dovuto, quale dirigente. Ma l’errore più grave consisteva nel fatto che l’Ordine Nuovo non si era posto apertamente il problema di creare una frazione del partito socialista su scala nazionale.

Grande movimento di massa a Torino, le sue posizioni nel resto del paese si limitavano a contatti personali non organizzati. Di qui una certa sterilità della sua azione in confronto con quella delle altre frazioni del partito. I riformisti avevano nelle loro mani l’apparato centrale della Confederazione del lavoro e delle federazioni di mestiere, le cooperative, una grande parte dei municipi e del gruppo parlamentare, i centristi, diretti da Serrati, avevano l’apparato del partito e il giornale quotidiano, gli astensionisti avevano creato una rete di gruppi di frazione che si estendeva a quasi tutta l’Italia e avevano un forte appoggio nella direzione della Federazione giovanile.

Gramsci ebbe a sua completa disposizione un giornale quotidiano solo pochi mesi prima della scissione, e quando si creò la frazione comunista unificata per preparare il Congresso di Livorno, questa frazione si basò essenzialmente sulla preesistente organizzazione degli astensionisti.

Secondo le direttive date da Lenin era necessario in Italia concentrare il fuoco contro i centristi i quali, mentre si ubriacavano di frasi «rivoluzionarie», prendevano sotto la loro protezione i riformisti e paralizzavano il movimento delle masse, mettendo il partito, di fatto, al servizio di una politica di collaborazione con la borghesia. La scissione del partito, da cui uscì il partito comunista di Livorno, nel 1921, fu il risultato di una lotta particolarmente acuta contro i centristi. Questa lotta richiedeva l’unità di tutti i gruppi di sinistra e Gramsci contribuì potentemente a creare questa unità, Lenin, però, già al II Congresso, aveva rivolto la sua critica anche contro l’estremismo dottrinario di Bordiga che minacciava di fare del nuovo partito una setta isolata dalle masse.

Tutti coloro che conoscevano il pensiero di Gramsci sapevano che esisteva un disaccordo profondo tra lui e Bordiga. Già nel 1917, al convegno di Firenze dei gruppi socialisti di sinistra, questo disaccordo era risultato. Il convegno aveva avuto luogo dopo la disfatta di Caporetto, e in esso Gramsci, che aveva parlato della necessità di trasformare il disfattismo socialista in una lotta per il potere, era stato incompreso da tutti, anche da Bordiga.

Del movimento dei Consigli Bordiga non aveva capito niente e pure aderendo alla III Internazionale la sua intenzione era, già nel 1920, quella di creare in seno all’Internazionale una frazione di estrema sinistra, insieme con gli estremisti olandesi, tedeschi, ecc. per condurre una lotta contro Lenin e contro il partito bolscevico.

Gramsci, per timore di confondersi con gli elementi di destra, commise l’errore di evitare, pur marciando insieme a Bordiga contro i riformisti e i centristi, di differenziarsi da lui pubblicamente su quei problemi di strategia e di tattica su cui una differenziazione era necessaria. Egli non seppe condurre, in questo momento e nei primi tempi della vita del partito comunista, una lotta su due fronti. Questo errore costò al nostro partito un tempo prezioso e permise a Bordiga, approfittando della stanchezza, della profonda delusione e del pessimismo che si erano impadroniti da una parte del’avanguardia del proletariato dopo la fine dell’occupazione delle fabbriche pel tradimento dei riformisti, di imporre al partito comunista una politica settaria, antileninista, che ridusse la sua capacità di azione politica e rese più facile l’avanzata del fascismo.

La permanenza di un anno nell’Unione dei Soviet, nel 1922-1923, permise a Gramsci di perfezionare la sua conoscenza del bolscevismo. Allora egli studiò a fondo la storia del partito bolscevico e della rivoluzione russa, imparò a conoscere Lenin e Stalin; alla scuola di Lenin e Stalin, alla scuola del partito bolscevico e dell’Internazionale comunista si temprò come capo di partito. E a lui la classe operaia italiana deve la creazione del suo partito, del partito comunista non come una setta di dottrinari pretenziosi, ma come una parte, l’avanguardia, della classe operaia, come un partito di massa, legato con tutta la classe, capace di sentirne e interpretarne i bisogni, capace di dirigerla nelle situazioni politiche più complicate. È Gramsci che ci ha fatto fare, su questa via, i primi passi decisivi.

Non fu facile per Gramsci la lotta per eliminare dalle file del nostro partito quella forma speciale di opportunismo che Bordiga copriva con la sua fraseologia pseudoradicale. Occorse cominciare con un lavoro paziente di rieducazione individuale dei compagni che erano caduti nel settarismo, formare nuovi quadri bolscevichi, persuadere, vincere le riluttanze, le esitazioni, le diffidenze.

Bordiga aveva trasformato il centro del partito in una specie di fureria e i quadri del partito in semplici e passivi esecutori di ordini; aveva allontanato in modo sistematico i migliori elementi proletari circondandosi di elementi piccolo-borghesi, scettici, non legati alla classe operaia. Non rifuggendo dai metodi della camorra napoletana, egli cercava di isolare Gramsci nel partito presentandolo come un intellettuale incapace di azione e privo delle qualità di un combattente, mettendo in ridicolo i suoi scrupoli di serio, paziente educatore di quadri proletari bolscevichi.

La realtà ha fatto giustizia di queste calunnie. Bordiga vive oggi tranquillo in Italia come una canaglia trotskista, protetto dalla polizia e dai fascisti, odiato dagli operai come deve essere odiato un traditore. Al principio della guerra contro l’Abissinia, la stampa italiana comunicava che egli aveva partecipato ad una festa religiosa, era stato benedetto dal prete insieme ai soldati in partenza per l’Abissinia, e all’uscita dalla chiesa era passato sotto l’arco formato dai pugnali di un drappello di militi fascisti che gli rendeva gli onori. Questo avveniva nel momento in cui Gramsci, prigioniero di Mussolini, lottava sino all’ultimo, in carcere, sotto la bandiera comunista.

Nella lotta per cacciare dal partito il settarismo opportunista bordighiano, Gramsci dispiegò, dal 1924 al 1926, un’attività eccezionale. Si può dire che i quadri del partito furono da lui riconquistati ad uno ad uno, e tutto il partito, che dopo l’avvento al potere del fascismo era caduto in uno stato pericoloso di torpore, risvegliato e rieducato attraverso un lavoro sistematico di bolscevizzazione. Sono di questo periodo gli scritti di Gramsci soprattutto dedicati a delucidare le questioni teoriche della natura del partito, della sua strategia, della sua tattica e della sua organizzazione, nei quali più forte si sente l’influenza profonda esercitata su di lui dalle opere di Stalin. Particolarmente egli batté in breccia la bestiale «teoria» bordighiana secondo la quale ogni lavoro di educazione ideologica e politica dei membri del partito doveva essere considerato come cosa inutile (perché in un partito «centralizzato» come il partito comunista la sola cosa che conta è di ubbidire agli ordini che vengono dall’alto!) e iniziò un ampio lavoro di formazione di quadri.

«Perché il partito viva e sia a contatto con le masse – egli scriveva – occorre che ogni membro del partito sia un elemento politico attivo, sua un dirigente. Appunto perché il partito è fortemente centralizzato, si domanda una vasta opera di propaganda e di agitazione nelle sue file, è necessario che il partito, in modo organizzato, educhi i suoi membri e ne elevi il livello ideologico. Centralizzare vuol dire specialmente che, in qualsiasi situazione, anche dello stato d’assedio rinforzato, anche quando i comitati dirigenti non potessero funzionare per un determinato periodo o fossero posti in condizione di non essere collegati con tutta la periferia, tutti i membri del partito, ognuno nel suo ambiente, siano stati posti in grado di orientarsi, di saper trarre dalla realtà gli elementi per stabilire una direttiva, affinché la classe operaia non si abbatta, ma senta di essere guidata e di poter ancora lottare. La preparazione ideologica di massa è quindi una necessità della lotta rivoluzionaria, è una delle condizioni indispensabili della vittoria.»

I quadri migliori del Partito comunista d’Italia, gli eroici combattenti che il fascismo ha gettato a migliaia nelle galere, gli uomini di ferro che non hanno piegato davanti alle minacce, alle persecuzioni, alle torture e alla morte, sono stati educati al bolscevismo da Antonio Gramsci.

Ma ciò che non solo convinse tutto il partito, ma lo entusiasmò e lo trascinò, dando al settarismo dottrinario e all’opportunismo impotente di Bordiga un colpo mortale, fu l’azione politica che Gramsci sviluppò, come capo del partito, al suo ritorno in Italia, durante la crisi Matteotti.

Le condizioni della lotta erano molto difficili, perché il partito, nel suo complesso, abituato da Bordiga a pensare che la vittoria sul fascismo fosse cosa impossibile e che il fascismo non fosse niente «di diverso» dalla democrazia borghese, si era scoraggiato, accasciato sotto i duri colpi della realtà. D’altra parte, il fascismo attraversava grandi difficoltà perché non era ancora riuscito a impadronirsi e disporre in pieno dell’apparato dello Stato, mentre le masse piccolo-borghesi, deluse e ferite nei loro interessi dalla politica fatta da Mussolini nell’interesse della grande borghesia industriale, erano malcontente, mormoravano, incominciavano ad averne abbastanza del nuovo regime e si schieravano più o meno apertamente contro di esso.

Data l’assenza di un’intensa attività politica del proletariato, i diversi gruppi della popolazione lavoratrice non trovavano però un punto di riferimento diretto e una guida rivoluzionaria alle loro lotte e tanto più facilmente cadevano sotto l’influenza dei partiti democratici antifascisti. La realizzazione della egemonia del proletariato richiedeva non solo una ripresa di combattività degli operai industriali; richiedeva un’azione politica che portasse tutte le masse lavoratrici a convincersi, attraverso la loro esperienza, che solo la classe operaia era in grado di condurre una lotta conseguente contro il blocco di forze reazionarie che costituisce la base della dittatura fascista.

La tattica intelligente e ardita del partito comunista dopo la uccisione di Matteotti – tattica dettata da Gramsci in tutti i particolari, – l’uscita dal parlamento insieme coi gruppi dell’opposizione democratica subito dopo il delitto, l’intervento nell’assemblea delle opposizioni con la proposta di proclamare lo sciopero generale per cacciare il fascismo dal potere (proposta respinta con orrore dai capi democratici che volevano rovesciare il fascismo astenendosi dai lavori parlamentari e con una campagna di stampa!); le successive proposte di organizzazione di un «antiparlamento» delle opposizioni e dello sciopero fiscale dei contadini e infine il ritorno dei comunisti nell’aula parlamentare per denunciare dalla tribuna del parlamento i delitti del fascismo e la dimostrata impotenza degli antifascisti democratici e liberali, fu la parte più importante di questa azione politica.

Questa tattica, basata sul principio leninista e stalinista secondo il quale bisognava dirigere le masse attraverso la loro esperienza, mentre poneva i comunisti all’avanguardia della lotta per vendicare i delitti del fascismo e rovesciare la dittatura fascista, facilitava il distacco di vasti strati di lavoratori dai partiti democratici e dalla socialdemocrazia, gettava le basi della alleanza tra il proletariato e i contadini, faceva uscire il partito dall’isolamento e lo guidava sulla via della trasformazione in partito di massa.

Non solo il partito, ma la classe operaia veniva scossa da questa azione politica di Gramsci, e si iniziava un nuovo periodo della sua attività, breve, ma estremamente interessante perché caratterizzato dall’influenza crescente dei comunisti malgrado la lotta accanita condotta contro di essi dai socialdemocratici e malgrado le persecuzioni fasciste.

Le origini del prestigio di cui il nostro partito gode tra le masse italiane devono essere ricercate in questo periodo. Istruito dall’esperienza del ’19 e del ’20, quando l’esatta impostazione politica dei problemi della rivoluzione proletaria da parte dei comunisti torinesi non era bastata a dar loro la direzione del movimento rivoluzionario, Gramsci si preoccupava di organizzare l’influenza del partito non solo elaborando le parole d’ordine aderenti ai bisogno delle masse, ma svolgendo un’azione sistematica verso i diversi aggruppamenti politici che avevano una base tra i lavoratori, soprattutto delle campagne, favorendo lo sviluppo nel loro seno di correnti di opposizione che si orientassero verso l’alleanza con la classe operaia.

Risale a questo periodo il lavoro svolto con successo per indurre i sindacati cattolici ad avvicinarsi ai sindacati confederali e gli elementi di sinistra delle organizzazioni contadine cattoliche ad accettare il principio rivoluzionario dell’alleanza tra operai e contadini.

L’influenza reazionaria del Vaticano ricevette in questo modo un primo colpo serio. È in questo periodo che il partito comunista, per iniziativa di Gramsci, fa propria una delle rivendicazioni fondamentali delle masse contadine del Mezzogiorno, riconoscendo giusta la lotta delle popolazioni meridionali per un regime autonomo di governo, che spezzi le catene che lo Stato borghese ha fatto gravare su di loro. Il problema del diritto di autodecisione delle minoranze nazionali oppresse, il problema sardo, le questioni ardenti della vita del nostro paese trovano nella propaganda e nell’azione politica di Gramsci una risposta, una soluzione.

La lotta contro il fascismo esce in questo modo dal torrente delle proteste e delle manifestazioni verbali, diventa lotta reale per mobilitare in modo concreto contro i gruppi più reazionari della borghesia tutti gli strati della popolazione lavoratrice, impedendo in pari tempo che essi cadano o rimangano sotto l’influenza dei liberali e dei democratici borghesi, strappandoli alla influenza dei capi reazionari della socialdemocrazia. La parola centrale della azione di Gramsci diventa la parola «unità»: unità di tutta la classe operaia, unità di contadini e di operai, unità del Settentrione e del Mezzogiorno, unità di tutto il popolo.

Come a Torino nel 1920, Gramsci diventa su un piano nazionale l’uomo verso cui si rivolgono gli sguardi delle masse e di tutti gli elementi progressivi del paese. I vecchi uomini politici liberali mormorano: «Attenti a Gramsci: quest’uomo è il solo rivoluzionario che sia mai stato in Italia». E Mussolini risponde all’azione del partito comunista e delle masse accentuando il terrore, preparando la liquidazione degli ultimi residui delle libertà democratiche e l’instaurazione della dittatura totalitaria.

Negli ultimi mesi prima del suo arresto, anzi, già prima del Congresso di Lione nel quale Bordiga venne battuto politicamente e la stragrande maggioranza del partito si raccolse attorno a Gramsci come al suo capo, Gramsci ci indicava la necessità di penetrare nelle organizzazioni fasciste di massa per sfruttarne tutte le possibilità di lavoro e di lotta legate allo scopo di mantenere i contatti con le masse e di organizzare le lotte degli operai e dei contadini.

Commettemmo l’errore di non apprezzare adeguatamente le sue indicazioni di allora, il che frenò, dopo il passaggio alla illegalità completa, lo sviluppo del nostro lavoro e della nostra influenza.

Fu arrestato mentre era nel pieno della sua attività politica e il partito subì profondamente le conseguenze della sua perdita.

Con la morte di Gramsci scompare il primo bolscevico del movimento operaio italiano.

Fisicamente non forte, duramente colpito dalla natura nel suo organismo, egli era una tempra incomparabile di combattente. Tutta la sua vita era soggetta alla sua feroce volontà. Irradiava attorno a sé l’energia, la serenità, l’ottimismo, sapeva imporre a se stesso la più severa disciplina di lavoro, ma era capace di godere della vita in tutti i suoi aspetti. Come uomo, era un pagano, nemico di ogni ipocrisia, spietato fustigatore di ogni impostura, di ogni sentimentalismo falso, di ogni effeminatezza. Adoperava in modo insuperabile l’arme del riso e dello scherno per mettere a nudo la vanità e la doppiezza di coloro che predicano al popolo la morale nell’interesse delle classi dominanti. Conosceva profondamente la vita del popolo italiano e i suoi costumi, le leggende e le storie che sono state create dal popolo e nelle quali il popolo ha espresso in forma ingenua, intuitiva, i suoi bisogni di libertà e di giustizia, il suo odio contro le classi possidenti.

Da questo contatto intimo col popolo traeva elementi inesauribili e sempre nuovi di polemica e di lotta contro ogni forma di oppressione delle masse, non solo nel campo economico e politico, ma nel campo della vita intellettuale e morale. I grandi italiani che hanno combattuto – a cominciare da Giovanni Boccaccio e da Bruno sino a Giuseppe Giusti e Garibaldi – per liberare il popolo dalle catene dell’ipocrisia, del servilismo, della bacchettoneria che una tradizione secolare di dominio della Chiesa cattolica e dello straniero gli hanno imposto, trovavano in lui un erede e un continuatore. Era nemico acerrimo della tronfia eloquenza e dell’orpello che guastano tanta parte della letteratura e della cultura italiana, che hanno soffocato nei letterati italiani le fresche sorgenti della ispirazione popolare.

Conosceva parecchie lingue straniere, aveva fatto uno studio speciale della lingua russa per poter leggere negli originali Lenin e Stalin, aveva studiato e conosceva a fondo la storia del movimento operaio nei grandi paesi capitalistici; era un internazionalista, ma, prima di tutto, come deve essere ogni internazionalista, era un figlio vero del nostro popolo, al servizio del quale metteva la propria esperienza internazionale e tutte le sue capacità di combattente.

Educato, alla scuola del marxismo e del leninismo, alla serietà intellettuale, egli odiava la leggerezza, la irresponsabilità, la vanità, l’ignoranza e la presunzione di cui vedeva un esempio classico nel modo come i capi riformisti e centristi avevano falsato e pervertito le dottrine marxiste, per mettere la classe operaia alla coda della borghesia. Nel partito, pure aiutando tutti i compagni a migliorarsi e prestando attenzione a ogni critica, a ogni suggerimento che gli venisse anche dal più semplice degli operai, era estremamente esigente, soprattutto con i compagni che facevano il lavoro di organizzazione e cospirativo. Voleva che i quadri del partito fossero veramente i migliori combattenti e controllava il loro lavoro sin nei più minuti particolari.

Strappato al lavoro rivoluzionario attivo, gettato in carcere, egli non poteva non continuare a combattere. Anche in carcere, per dieci anni, la sua esistenza fu una lotta continua non solo contro i suoi aguzzini odiosi, per difendere la propria esistenza, ma per riuscire a orientare i compagni coi quali poteva avere qualche contatto, per svolgere nei loro confronti un’opera di educazione, per contribuire anche dal carcere alla formazione dei quadri del partito e alla soluzione dei nuovi problemi che la situazione italiana ci poneva.

Anche quando le sue forze erano già esaurite e i carnefici fascisti infierivano contro di lui per cercare di fiaccare non solo il suo corpo, ma anche il suo spirito, egli non perdette mai la calma e la dignità di un rivoluzionario, e fu un esempio per tutti i compagni. In un momento in cui più gravi erano le sue condizioni fisiche, gli fu comunicato che avrebbe potuto essere liberato se si fosse rivolto personalmente a Mussolini con una domanda di grazia. La risposta di Gramsci fu:

«Quello che mi si propone è un suicidio, io non ho nessuna intenzione di suicidarmi».

Le fiere parole del capo morente passarono di bocca in bocca nelle carceri, rianimando gli spiriti, ispirando il coraggio, la fede, l’odio contro gli aguzzini fascisti.

Fino a che gli fu data la possibilità di incontrare nelle ore del «passeggio» dei compagni, egli dedicava queste ore allo studio collettivo e il carcere diveniva una scuola di partito dove i compagni apprendevano i principi del leninismo, imparavano ad analizzare le forze e le condizioni della rivoluzione proletaria in Italia, si tempravano alla soluzione dei problemi della politica e dell’organizzazione del partito.

Quando le barriere che si levavano attorno a lui divennero sempre più impenetrabili, furono comunicazioni brevi, n termini energici e concisi, che orientavano i compagni carcerati e dovevano servire a orientare tutto il partito. Nel ’29 ci mandò a dire: «State attenti al movimento dei fiduciari di fabbrica dei sindacati fascisti», per attirare ancora una volta la nostra attenzione sull’importanza del lavoro nelle organizzazioni fasciste di massa. Nel 1930, avendo saputo che qualche compagno carcerato tendeva cadere sotto l’influenza del trotskismo, non potendo più condurre lunghe discussioni, lanciava nelle carceri la parola d’ordine abbastanza significativa: «Trotski è la puttana del fascismo».

Negli ultimi tempi, avendo avuto sentore delle decisioni del VII Congresso dell’Internazionale, tutto il suo pensiero era orientato nella ricerca delle forme di realizzazione del fronte popolare antifascista in Italia, e ci ammoniva di non distaccarci dal paese e dalle masse, di studiare a fondo le conseguenze che la politica del fascismo aveva avuto sui diversi strati della popolazione e nelle diverse regioni, al fine di potere trovare e usare le parole d’ordine che ci permettessero di collegarci con le masse di tutto il paese. La sua idea fondamentale era che dopo quindici anni di dittatura fascista che ha disorganizzato la classe operaia, non è possibile che la lotta di classe contro la borghesia reazionaria riprenda a svilupparsi sulle posizioni che il proletariato aveva raggiunto nel dopoguerra immediato. Indispensabile è un periodo di lotta per le libertà democratiche e la classe operaia deve stare alla testa di questa lotta.

Certamente nelle ultime settimane della sua vita giunse sino a lui la notizia della lotta eroica del popolo spagnuolo contro il fascismo. Forse egli seppe che nella Spagna, nel battaglione che porta il nome di Giuseppe Garibaldi, i figli migliori del popolo italiano – comunisti, socialisti, democratici, anarchici – uniti nelle file dell’esercito popolare della Repubblica spagnola, hanno inflitto a Gaudalajara la prima seria sconfitta al fascismo italiano e a Mussolini. Se questa notizia giunse fino a lui, certo egli sorrise e la sua agonia fu illuminata dal raggio di una speranza.

Sulla via che egli ha tracciato, sotto la bandiera che egli ha tenuto sino all’ultimo momento nelle sue mani – sotto la bandiera invincibile di Marx-Engels-Lenin-Stalin – l’Avanguardia della classe operaia italiana, il partito comunista che egli ha creato e diretto nella lotta, andranno avanti senza piegare, realizzeranno sino all’ultimo i suoi insegnamenti, sino alla vittoria definitiva, sulle forze della reazione e della barbarie, della causa della libertà e della pace, della causa dell’emancipazione politica e sociale dei lavoratori, della causa del socialismo.

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NOTE

[1] Antonio Gramsci, Il movimento comunista torinese, Rapporto inviato nell’estate del 1920 al Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista, pubblicato su Lo Stato operaio, n. 5-6, 1927, p. 641 e segg.

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