Antonio Gramsci e don Benedetto

Palmiro Togliatti
Rinascita, a. IV, n.6, giugno 1947, p. 152. Non firmato

Benedetto Croce, il gran luminare della cultura idealistica e antimarxista, è arrivato a bruciare, nella lotta contro il comunismo, le sue ultime cartucce. Il suo arsenale di armi anticomunistiche è sempre stato, su per giù, quello stesso che venne adoperato in massiccia quantità dai cosiddetti ideologi e dai propagandisti spiccioli del fascismo. Esso non è differente, d’altra parte, da quello a cui tuttora fa ricorso l’anticomunismo dei clericali e dei gesuiti. L’Enciclopedia Treccani, questo enorme e informe cibreo idealistico-fascista, la Civiltà Cattolica e la Critica di don Benedetto occupano e difendono, a questo proposito, su per giù le stesse posizioni. Comunismo è minaccia alla civiltà, rinnegamento dei valori spirituali, negazione della storia. La concezione non è originale. Essa fa difetto in un punto solo, ma fondamentale e decisivo. Essa ignora e vuole ignorare la realtà. Essa sfugge alla prova dei fatti. Essa fa del comunismo un fantoccio e spauracchio di stracci, contro il quale è possibile dirigere un tiro di palle infuocate soltanto se e fino a quando non sia dimostrato che quello è, precisamente, un fantoccio e spauracchio di stracci, costruito a loro uso e consumo da coloro che comandano il fuoco e che, se dovessero adeguare la loro critica alla realtà e ai fatti, non saperebbero più come trovare ad essa una decente giustificazione. Perciò questo anticomunismo ha bisogno, per essere efficace, di qualche sussidio nel campo della pratica. Ha bisogno, prima di tutto ed essenzialmente, che il comunismo, in ciò che realmente è, cioè nelle sue dottrine, nelle sue pratiche attuazioni e nella grandezza dei suoi uomini, non sia conosciuto.

Ha bisogno che vengano ignorate o accortamente travisate le opere dei nostri classici. Ha bisogno di far conoscere le nostre attuazioni e gli uomini nostri attraverso le volgari diffamazioni delle cosiddette opere storiche di un Fulop-Müller, o dei romanzacci alla Noi vivi.[1] E ha bisogno, naturalmente, affinché queste armi possano essere almeno per un certo tempo efficaci, che esista un’OVRA ed esista un Tribunale speciale. Spezzate questi strumenti, lasciate che il movimento comunista ritorni alfine alla luce del sole e si faccia vedere qual è, senza travisamenti e senza falsificazioni, e tutte le armi dell’arsenale anticomunistico fascista-idealistico-clericale cadono in pezzi. Il movimento comunista, nel suo pensiero e nella sua azione, si presenta com’è, si afferma, accumula successi.

Che fare? Don Benedetto è costretto a bruciare le sue ultime cartucce. Di fronte alla politica del nostro partito, nazionale, democratica e popolare, egli non ha che una risorsa: questo non è il “comunismo”, come l’hanno definito lui, la Civiltà cattolica e l’Enciclopedia Treccani. Ci penserà lui, dunque, a vestirci ancora una volta di stracci e metterci il coltello tra i denti, affinché la gente benpensante possa continuare a tempestarci di palle infuocate. E quando noi gli presentiamo Gramsci, comunista, fondatore del nostro partito, colosso del pensiero e dell’azione, martire, caduto sulla più avanzata trincea dell’umanità, egli non osa continuare il suo giuoco ed è ridotto a balbettare: “Sì, questo è un grande spirito e un grande uomo, ma voi siete diversi.[2] Noi siamo quello che siamo. Di noi giudicheranno i nostri contemporanei e la storia. Adeguarci all’esempio immortale del nostro Grande, è però compito nostro. Cerchi don Benedetto, se ancora può, di adeguarsi anche lui a questo esempio, che fu, tra l’altro, esempio di sincerità intellettuale e di indagine storica e filosofica spassionata, sdegnosa di qualsiasi cavillo giustificatore di filosoficamente non troppo chiare, ma “praticamente” e politicamente assai utili contraddizioni. Chi lo sa non possa ancora venirne qualche vantaggio, se non per la politica della borghesia reazionaria italiana, perlomeno per la nostra cultura.

1. Tra gli scritti di René Fülöp-Miller a cui Togliatti si riferisce vi è certamente Il volto del bolscevismo, con prefazione di Curzio Malaparte, pubblicato per la prima volta in italiano nel 1930 da Bompiani; Noi vivi è il romanzo di Ayn Rand pubblicato da Baldini&Castoldi nel 1938. Torna su
2. Il riferimento è alla recensione di Croce alle Lettere dal carcere, pubblicata in Quaderni della Critica, vol. 3, n. 8, luglio 1947, pp. 86-88, ma anticipata su vari quotidiani. Torna su

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