Il concetto di egemonia conquista Pechino

Il nome di Antonio Gramsci arriva nel 1956 e poi finisce nell’oblio. Ma con la svolta di Deng Xiaoping riprendono gli studi sull’autore dei Quaderni che nel 2021 saranno pubblicati integralmente. Affascina la sua ricerca sul «legame inscindibile tra socialismo e democrazia», dice lo studioso Tian Shigang.

Di Andrea Pira, Left, 23 settembre 2017

Parla dell’Unità, de il manifesto, del Partito Comunista Italiano, di Enrico Berlinguer e di Occhetto, il professor Tian Shigang. L’occasione è una pausa del cordo dei lavori di un simposio a Nola dedicato a Giordano Bruno. Il sociologo, membro dell’Accademia cinese per le scienze sociali, è un esperto italianista. Arriva ciondolando, percorrendo la salita che porta fino a via dei Cappuccini. È l’aprile del 2009: due anni prima, in occasione del settantesimo anniversario della morte di Antonio Gramsci, lo studioso aveva presentato la traduzione in mandarino delle Lettere dal carcere inviate dal leader comunista. «Il modello socialista cinese è diverso da quello sovietico, coreano o cubano». È un socialismo dalle caratteristiche nazionali. Anche Gramsci sosteneva che non fosse possibile un modello di socialismo unico in tutto il mondo», spiegava all’epoca lo studioso cercando di incanalare il suo ambito di ricerca nel concetto di armonia sociale (dal sapere confuciano) delineato dall’allora presidente cinese Hu Jintao. «L’economia del mio Paese ha conosciuto un processo di sviluppo rapidissimo. Questo ha però prodotto molti problemi sociali. Differenze tra la campagna e le città. Differenze tra le regioni, specialmente tra Est e Ovest. In queste condizioni è difficile costruire una società armoniosa. Per questo ritengo sia indispensabile studiare la teoria dell’egemonia».

La conoscenza del pensiero gramsciano nella Repubblica popolare è prima di tutto una questione di traduzione. Proprio la carenza di testi in mandarino è una delle ragioni per le quali gli studi sul politico e intellettuale sardo non sono ancora molti, sebbene in costante aumento negli anni, così come i simposi e gli incontri a lui dedicati. Lo scrive lo stesso Tian in un articolo dello scorso aprile. Qualcosa però si muove. Nel 2019 dovrebbero infatti essere pubblicati i primi tre volumi dei Quaderni: Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura; Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce; Note su Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno. Soltanto nel 2021, per celebrare i 130 anni dalla nascita di Gramsci saranno pubblicati gli ultimi tre volumi: Sul Risorgimento; Letteratura e la vita nazionale; Passato e presente. Non sfugge che le traduzioni seguono la divisione dell’opera fatta nel primo dopoguerra da Palmiro Togliatti e non la successiva ricostruzione cronologica curata da Valentino Gerratana. La scoperta del pensatore comunista oltre la Muraglia corre di pari passo con la storia della Repubblica popolare dal 1949 a oggi. È infatti soltanto nel 1956 che il nome di Gramsci inizia a farsi strada in Cina, per ricadere nel dimenticatoio negli ultimi anni della Rivoluzione culturale, quando il pur vivace dibattito tra le fazioni era teso a dimostrare l’aderenza al pensiero di Mao Zedong. La politica di riforma intrapresa da Deng Xiaoping ha riacceso l’attenzione. I primi articoli accademici lo collocano all’interno del cosiddetto “marxismo occidentale”, categoria che però aveva all’epoca un’accezione negativa, indicando l’aver abbandonato il materialismo per l’idealismo. Si tratta di una collocazione dettata dal particolare sviluppo del marxismo nel Paese, la cui linea d’evoluzione parte dal filosofo di Treviri per passare da Lenin fino al Grande timoniere. L’importanza di Tian Shigang è proprio quella di aver spostato il discorso, contrastando l’immagine di Gramsci data dagli articoli di Xu Chongwen e ammettendo al contrario che il politico sardo debba essere considerato «il teorico marxista più peculiarmente creativo dalla scomparsa di Lenin».

La seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso è quindi l’epoca della scelta dei termini per rendere Gramsci in cinese. Valga su tutti il dibattito e la ricerca sulla traduzione del concetto di egemonia. Per Tian utilizzare la parola baquam non sarebbe corretto. Si tratta infatti di un concetto che rimanda al periodo pre-imperiale, all’egemone che fondava il suo ruolo di guida sulla forza e sul dominio. Per estensione, di egemonismo veniva accusata anche l’Unione sovietica nel periodo di rottura tra le due principali potenze comuniste a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento.

Ecco perché lo studioso opta per il termine lingdaoquam, nel senso di egemonia come direzione. Lingdao infatti è il capo, ma anchel a guida e lo si usa ad esempio anche nella Costituzione cinese per rendere il ruolo del Partito comunista all’interno dello Stato. Spiega ancora Tian Shigang che negli ultimi anni la ricerca cinese sugli studi gramsciani si è orientata verso la teoria della leadership. Qualche sentore del pensatore italiano può essere ritrovato nelle cosiddette “Tre rappresentatività” di Jiang Zemin, ossia nella teoria alla base della cooptazione attuata dal Pcc di quelli che all’inizio degli anni 2000 erano considerati i settori produttivi più avanzati della società. Di fatto si trattava di inglobare all’interno di un partito ormai di governo e non più rivoluzionario strati sempre più ampi della popolazione. Più di recente Li Xin dell’Università danese di Aalborg, ha provato a utilizzare le categorie gramsciane per parlare del “sogno cinese” tratteggiato da Xi Jinping, a stretto giro dalla sua nomina a segretario del Pcc e a capo di Stato. Il presidente ha voluto dare ai cinesi la prospettiva di un risorgimento nazionale che, dopo gli anni di crescita economica a doppia cifra, riportasse il Paese al ruolo che gli spetta, dato il grande passato, anche sul piano geografico, politico, militare e diplomatico. «Gramsci ha enfatizzato il legame inscindibile tra socialismo e democrazia», scrive ancora Tian, «senza socialismo non ci può essere democrazia e senza democrazia non ci può essere socialismo».

Ora, conclude, è quasi arrivato il tempo per i cinesi di studiare Gramsci a tutto tondo, così da poter capire a pieno come riusciva a tenere assieme una teoria adatta ai tempi con la pratica rivoluzionaria. A questo dovrebbe contribuire la pubblicazione dei Quaderni del carcere nei prossimi anni. «Credo quindi che la Cina conoscerà una nuova ondata di studi a lui dedicati».

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