22 gennaio 1891 – 22 gennaio 2016. Centoventicinque anni di Gramsci

L’altro ieri, Andrea Catone ha pubblicato alcune importantissime riflessioni sul ruolo fondamentale che Gramsci ebbe nella fondazione e nella successiva impostazione del Partito Comunista in Italia (Antonio Gramsci e la concezione del partito comunista, Marx 21). Parole che sottoscrivo.

Oggi, nel ricordare (e perché no, festeggiare) la ricorrenza del 125° compleanno di Antonio Gramsci, voglio fermarmi a riflettere sull’attualità del suo pensiero, su alcune questioni, fra le molte da lui enunciate e denunciate, tuttora irrisolte. Ne segnalo due, perché sono, a mio parere di strettissima attualità:

  1. la questione dell’identità nazionale e
  2. la questione meridionale.

In molte pagine dei Quaderni Gramsci si interroga sull’Italia e sull’unicità del percorso che ci ha portato all’Unità nazionale. E non si tratta di una riflessione astrattamente intellettuale, ma di un ragionamento politico e strategico preciso: la particolare evoluzione storica del nostro paese influenza sia il suo assetto sociale attuale che la via per il raggiungimento degli obiettivi rivoluzionari che i comunisti si prefiggono (sarebbe forse meglio dire si prefiggevano allora).

Il concetto di identità nazionale è, naturalmente, molto diverso da quello di nazionalismo. Avere una forte identità è la premessa per poter accedere, con pari dignità, al consesso internazionale. Ripiegarsi nel secondo significa, invece, chiudersi in un guscio e sottrarsi alle possibilità di dialogo e confronto. Purtroppo, però, nel linguaggio politico corrente, caratterizzato da profonda malafede e da ignoranza anche terminologica, i significati vengono confusi. Quando il nostro presidente del Consiglio dei ministri fa appello all’identità nazionale, in realtà sta parlando di tutt’altro, sta preparando il terreno allo scontro, non al confronto costruttivo.

Il nazionalismo che portò alla Prima guerra mondiale portò alla narrazione della cosiddetta “vittoria mutilata”, con le sue rivendicazioni vittimistiche. Su questo humus attecchì il fascismo. Oggi assistiamo a una narrazione diversa, ma altrettanto pericolosa: l’Italia potrebbe farcela – e farcela da sola – se solo non ci fosse una serie di impedimenti provenienti dall’estero. Italiano buono, straniero cattivo, in sintesi banalizzante. Italiani brava gente, tanto per cambiare.

La Costituzione italiana fu un momento di presa di coscienza dell’identità nazionale e di rifiuto del nazionalismo. Un paese sconfitto e che era stato artefice della propria disfatta, aveva rialzato la testa, dando prova di grande dignità, sollevandosi per annientare il fascismo e cacciare il tedesco invasore. E in questo senso mi piace leggere il dettato della prima parte dell”articolo 11, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Un paese consapevole della forza delle proprie idee, conscio delle proprie ragioni non ha bisogno di ricorrere a strumenti violenti per farle valere. Ma, da subito, si iniziò a lavorare per fare in modo che la Costituzione, frutto del compromesso alto fra i valori del socialismo e del comunismo e la migliore tradizione cattolica, venisse inattuata, vilipesa, tradita, per salvaguardare un sistema consolidato di privilegi, di divisioni interne, di esclusione sociale.

La fine del Partito Comunista Italiano nel 1991 significò anche questo. Venendo a mancare la forza che più di ogni altra si era impegnata nella difesa e nell’affermazione dei valori costituzionali, vennero a cessare anche gli sforzi di costruzione dell’identità nazionale e, cessando la lotta di classe, si riaffermò il predominio del più forte. Assistemmo allora, e lo stiamo vivendo anche oggi, allo smantellamento di un sistema di diritti – certo, ancora imperfetto – e allo svilimento della funzione politica, unico strumento possibile di costruzione della coesione sociale.

Veniamo alla questione meridionale, che è ovviamente collegata alla questione dell’identità nazionale perché è impensabile che, all’interno degli stessi confini, vi siano trattamenti diversi per i cittadini a seconda della loro collocazione geografica.

Gramsci dedica molte pagine al Risorgimento e ai nodi che non vennero sciolti negli anni immediatamente successivi all’unificazione del paese. Fra questi uno dei principali, se non il principale, era quello dell’integrazione delle regioni del Sud della penisola nello Stato sabaudo. A parte alcune riforme agrarie più o meno portate a termine, mai venne fatto un serio tentativo di integrare il Meridione nel sistema di sviluppo del paese creando le premesse culturali, economiche e infrastrutturali necessari (a meno che questo miracolo dovesse compierlo la “maestrina di Cuneo”!). In Gramsci, che usava chiavi di lettura marxiste della realtà, traspare chiaramente la necessità di dare una risoluzione al problema, perché il voluto e costruito sottosviluppo del Sud altro non era se non il mantenimento dell’esercito di disoccupati funzionale alla conservazione del potere e all’incremento di ricchezza della classe borghese dominante.

Oggi questo problema si è aggravato e, in conseguenza del processo di integrazione europea, sud è diventata tutta o quasi l’area mediterranea e il fenomeno della meridionalizzazione si sta allargando, approfondendo e stratificando facendoci assistere a una guerra fra poveri che va ad unico ed esclusivo vantaggio di chi ha interesse al mantenimento dello status quo. L’operaio che, invece di fraternizzare, si oppone all’arrivo delle masse di profughi, non solo dimostra di non avere una visione di lungo periodo, ma danneggia in primo luogo se stesso anche nell’immediato perché, con la perdita della solidarietà di classe, si espone più facilmente ai ricatti del padronato.

La classe dirigente attuale è una classe dirigente di nani protervi. Nani perché la loro visione del mondo è limitata dalla loro scarsa prospettiva. Protervi perché, con un po’ di umiltà, avrebbero potuto sedersi sulle spalle di un gigante e lasciarsi trasportare.

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