Leonida Répaci

Quaderno 23 (VI)
§ (26)

È uscito il primo volume di un romanzo così detto «ciclico» di Leonida Répaci I fratelli Rupe (Milano, Ceschina, 1932, L. 15 che, nel suo complesso dovrebbe rappresentare lo sviluppo della vita italiana, nel primo trentennio del secolo, visto dalla Calabria (nella prefazione il Répaci presenta il piano dell’opera). A parte la gagliofferia morale del titolo, è da domandarsi se la Calabria abbia avuto in questo tempo una funzione nazionale rappresentativa e in generale se in Italia la provincia abbia avuto una funzione progressiva o qualunque altra funzione, nel dirigere un qualsiasi movimento nel paese, nel selezionare i dirigenti, nel rinfrescare l’ambiente chiuso, rarefatto e corrotto dei grandi centri urbani della vita nazionale. In realtà la provincia (e specialmente nel Mezzogiorno) era, come dirigenti, molto più corrotta del centro (nel Mezzogiorno le masse popolari domandavano dirigenti del Settentrione per i loro istituti economici) e i provinciali inurbati, troppo spesso, apportavano una nuova corruzione, sotto forma di pagliettismo meschino e di mania di bassi intrighi. Un esempio caratteristico di ciò sono stati proprio i fratelli Répaci, emigrati da Palmi a Torino e a Milano. I fratelli Rupe, si capisce, sono i fratelli Répaci; ma, se si eccettua Mariano, dov’è il carattere rupestre degli altri, di Ciccio e Leonida? Il carattere «ricotta e fango» prevale, con la gagliofferia morale di pretendersi «rupe», niente di meno. È da osservare che il «Répaci Leonida» manca di ogni fantasia inventiva, per non parlare di quella creatrice; ha solo una certa mediocre disposizione ad ampliare meccanicamente (per aggregazione, per inflazione, per «sincretismo») la serie di fatterelli «drammatici» in tono minore, che caratterizzano la storia aneddotica della maggioranza delle famiglie piccolo-borghesi italiane (specialmente meridionali) in questo inizio di secolo, e che hanno caratterizzato anche la famiglia Répaci, assunta da Leonida a sostanza mitologica della propria «scritturazione». Questo processo di gonfiamento meccanico può essere dimostrato analiticamente. Ed è poi una strana mitologia quella del Répaci, priva di umanità seria e pudica di se stessa, priva di dignità, di decoro, per non parlare della grandezza etica; l’impudicizia da puttanella di infimo ordine, è la caratteristica di Leonida nei riguardi dei suoi famigliari. L’Ultimo Cireneo, con le disgustose scene del dibattersi osceno di suo fratello Ciccio, divenuto impotente non per invalidità di guerra, ma per cause fisiologiche forse di origine luetica (Ciccio non arrivò al fronte e le sue prodezze militari sono quelle di Leonida che fu uomo coraggioso e ardito prima di impoltronirsi nella vanità letteraria) mostra di quale tempera sia l’umanità di Leonida (anche nei Fratelli Rupe c’è un impotente), il quale, si direbbe, è capace di attristarsi che nella sua famiglia non ci sia stato un incesto per poter scrivere un romanzo e dire che i «Rupe» hanno conosciuto tutte le tragedie, anche quella di Fedra e di Edipo.

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