Gli alti salari

Quaderno 22 (V)
§ (13)

È ovvio pensare che i così detti alti salari sono una forma transitoria di retribuzione. L’adattamento ai nuovi metodi di produzione e di lavoro non può avvenire solo attraverso la coazione sociale: è questo un «pregiudizio» molto diffuso in Europa [e specialmente nel Giappone], dove non può tardare ad avere conseguenze gravi per la salute fisica e psichica dei lavoratori, «pregiudizio» che d’altronde ha una base solo nella endemica disoccupazione che si è verificata nel dopo guerra. Se la situazione fosse «normale», l’apparato di coercizione necessario per ottenere il risultato voluto costerebbe più degli alti salari. La coercizione perciò deve essere sapientemente combinata con la persuasione e il consenso e questo può essere ottenuto nelle forme proprie della società data da una maggiore retribuzione che permetta un determinato tenore di vita capace di mantenere e reintegrare le forze logorate dal nuovo tipo di fatica. Ma non appena i nuovi metodi di lavoro e di produzione si saranno generalizzati e diffusi, appena il tipo nuovo di operaio sarà creato universalmente e l’apparecchio di produzione materiale sarà ancora perfezionato, il turnover eccessivo verrà automaticamente ad essere limitato da una estesa disoccupazione e gli alti salari spariranno. In realtà l’industria americana ad alti salari sfrutta ancora un monopolio dato dall’avere l’iniziativa dei nuovi metodi; ai profitti di monopolio corrispondono salari di monopolio. Ma il monopolio sarà necessariamente prima limitato e poi distrutto dalla diffusione dei nuovi metodi sia nell’interno degli S. U. sia all’estero (cfr il fenomeno giapponese dei bassi prezzi delle merci) e coi vasti profitti spariranno gli alti salari. D’altronde è noto che gli alti salari sono necessariamente legati a una aristocrazia operaia e non sono dati a tutti i lavoratori americani.

Tutta l’ideologia fordiana degli alti salari è un fenomeno derivato da una necessità obbiettiva dell’industria moderna giunta a un determinato grado di sviluppo e non un fenomeno primario (ciò che però non esonera dallo studio dell’importanza e delle ripercussioni che l’ideologia può avere per conto suo). Intanto cosa significa «alto salario»? Il salario pagato da Ford è alto solo in confronto alla media dei salari americani, o è alto come prezzo della forza di lavoro che i dipendenti di Ford consumano nella produzione e coi metodi di lavoro di Ford? Non pare che una tale ricerca sia stata fatta sistematicamente, ma pure essa sola potrebbe dare una risposta conclusiva. La ricerca è difficile, ma le cause stesse di tale difficoltà sono una risposta indiretta. La risposta è difficile perché le maestranze Ford sono molto instabili e non è perciò possibile stabilire una media della mortalità «razionale» tra gli operai di Ford da porre a confronto con la media delle altre industrie. Ma perché questa instabilità? Come mai un operaio può preferire un salario «più basso» a quello pagato da Ford? Non significa questo che i così detti «alti salari» sono meno convenienti a ricostituire la forza di lavoro consumata, di quanto non siano i salari più bassi delle altre aziende? La instabilità delle maestranze dimostra che le condizioni normali di concorrenza tra gli operai (differenza di salario) non operano per ciò che riguarda l’industria Ford che entro certi limiti: non opera il livello diverso tra le medie del salario e non opera la pressione dell’armata di riserva dei disoccupati. Ciò significa che nell’industria Ford è da ricercare un qualche elemento nuovo, che sarà la origine reale sia degli «alti salari» che degli altri fenomeni accennati (instabilità ecc.). Questo elemento non può essere ricerca che in ciò: l’industria Ford richiede una discriminazione, una qualifica, nei suoi operai che le altre industrie ancora non richiedono, un tipo di qualifica di nuovo genere, una forma di consumo di forza di lavoro e una quantità di forza consumata nello stesso tempo medio che sono più gravose e più estenuanti che altrove e che il salario non riesce a compensare in tutti, a ricostituire nelle condizioni date dalla società così com’è. Poste queste ragioni, si presenta il problema: se il tipo di industria e di organizzazione del lavoro e della produzione proprio del Ford sia «razionale», possa e debba cioè generalizzarsi o se invece si tratti di un fenomeno morboso da combattere con la forza sindacale e con la legislazione. Se cioè sia possibile, con la pressione materiale e morale della società e dello Stato, condurre gli operai come massa a subire tutto il processo di trasformazione psicofisica per ottenere che il tipo medio dell’operaio Ford diventi il tipo medio dell’operaio moderno o se ciò sia impossibile perché porterebbe alla degenerazione fisica e al deterioramento della razza, distruggendo ogni forza di lavoro. Pare di poter rispondere che il metodo Ford è «razionale», cioè deve generalizzarsi, ma che perciò sia necessario un processo lungo, in cui avvenga un mutamento delle condizioni sociali e un mutamento dei costumi e delle abitudini individuali, ciò che non può avvenire con la sola «coercizione», ma solo con un contemperamento della coazione (autodisciplina) e della persuasione, sotto forma anche di alti salari, cioè di possibilità di miglior tenore di vita, o forse, più esattamente, di possibilità di realizzare il tenore di vita adeguato ai nuovi modi di produzione e di lavoro, che domandano un particolare dispendio di energie muscolari e nervose.

In misura limitata, ma tuttavia rilevante, fenomeni simili a quelli determinati in larga scala dal Fordismo, si verificavano e si verificano in certi rami di industria o in certi stabilimenti non «fordizzati». Costituire una organica e bene articolata maestranza di fabbrica o una squadra di lavorazione specializzata non è mai stato cosa semplice: ora, una volta la maestranza o la squadra costituite, i suoi componenti, o una parte di essi, finiscono talvolta col beneficiare di un salario di monopolio, non solo, ma non vengono licenziati in caso di arresto temporaneo della produzione; sarebbe antieconomico lasciare disperdere gli elementi di un tutto organico costituito faticosamente perché sarebbe quasi impossibile riaccozzarli insieme, mentre la sua ricostruzione con elementi nuovi, di fortuna, costerebbe tentativi e spese non indifferenti. È questo un limite alla legge della concorrenza determinata dall’armata di riserva e dalla disoccupazione e questo limite è sempre stato all’origine delle formazioni di aristocrazie privilegiate. Poiché non ha mai funzionato e non funziona una legge di equiparazione perfetta dei sistemi e dei metodi di produzione e di lavoro per tutte le aziende di un determinato ramo d’industria, consegue che ogni azienda, in una certa misura più o meno ampia, è «unica», e si forma una maestranza con una qualifica propria alla particolare azienda: piccoli «segreti» di fabbricazione e di lavoro, «trucchi» che sembrano trascurabili in sé, ma che, ripetuti infinità di volte, possono avere una portata economica ingente. Un  caso particolare si può studiare nell’organizzazione del lavoro dei porti, specialmente in quelli dove esiste squilibrio tra imbarco e sbarco di merci e dove si verificano ingorghi stagionali di lavoro e morte stagioni. È necessario avere una maestranza che sia sempre disponibile (che non si allontani dal posto di lavoro) per il minimo di lavoro stagionale o d’altro genere, e quindi la formazione dei ruoli chiusi, con gli alti salari e altri privilegi, in contrapposizione alla massa degli «avventizi» ecc. Ciò si verifica anche nell’agricoltura, nel rapporto tra coloni fissi e braccianti e in molte industrie dove esistono le «morte stagioni», per ragioni inerenti all’industria stessa, come l’abbigliamento, o per la difettosa organizzazione del commercio all’ingrosso che fa i suoi acquisti secondo cicli propri, non ingranati col ciclo di produzione, ecc.

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