Luzio e la storiografia tendenziosa e faziosa dei moderati

Quaderno 19 (X)
§ (53)

〈1)〉 È da porre in rilievo come il modo di scrivere la storia del Risorgimento di A. Luzio è stato spesso lodato dai gesuiti della «Civiltà Cattolica». Non sempre, ma più spesso di quanto si crede, l’accordo tra il Luzio e i gesuiti è possibile. Cfr nella «Civiltà Cattolica» del 4 agosto 1928 le pp. 216-17 dell’articolo Processo politico e condanna dell’abate Gioberti nell’anno 1833. Il Luzio deve difendere la politica di Carlo Alberto (nel libro Mazzini carbonaro, p. 498) e non esita a giudicare aspramente l’atteggiamento del Gioberti nel processo per i fatti del 31, d’accordo coi gesuiti. È da rilevare come dagli articoli pubblicati dalla «Civiltà Carrolica» nel 1928 sul processo di Gioberti risulta dai documenti vaticani che il Papa aveva già dato preventivamente, in forma loiolesca, il suo placet alla condanna capitale e all’esecuzione del Gioberti, mentre nel 1821, per esempio, la condanna a morte di un ecclesiastico in Piemonte era stata trasformata nell’ergastolo per l’intervento vaticano.

2) Sulla letteratura «storica» del Luzio riguardante i processi del Risorgimento sono da fare parecchi rilievi di ordine politico-fazioso, di metodo e di mentalità. Troppo spesso i Luzio (per ciò che riguarda gli arrestati dei partiti democratici) pare che rimproveri gli imputati di non essersi fatti condannare e impiccare. Anche da un punto di vista giuridico e giudiziario, il Luzio imposta le quistioni in modo falso e tendenzioso, ponendosi dal punto di vista del «giudice» e non da quello degli imputati: quindi i suoi tentativi (inetti e stolti) di «riabilitare» i giudici reazionari, come il Salvotti. Anche ammesso che il Salvotti sia da giudicare irreprensibile sia personalmente, sia come funzionario austriaco, ciò non muta che i processi da lui imbastiti fossero contrari alla nuova coscienza giuridica rappresentata dai patrioti rivoluzionari e apparissero loro mostruosi. La condizione dell’imputato era difficilissima e delicatissima: anche una piccola ammissione poteva avere conseguenze catastrofiche non solo per l’imputato singolo, ma per tutta una serie di persone, come si vide nel caso del Pallavicino. Alla «giustizia» stataria, che è una forma di guerra, non importa nulla della verità e della giustizia obbiettiva: importa solo distruggere il nemico, ma in modo che appaia che il nemico merita di essere distrutti e ammetta egli stesso di meritarselo. Un esame degli scritti «storico-giudiziari» del Luzio potrebbe dar luogo a tutta una serie di osservazioni di metodo storico interessanti psicologicamente e fondamentali scientificamente (è da confrontare l’articolo di Mariano d’Amelio Il successo e il diritto nel «Corriere della Sera» del 3 settembre 1934).

3) Questo modo di fare la storia del Risorgimento alla Luzio ha mostrato il suo carattere fazioso specialmente nella seconda metà del secolo scorso (e più determinatamente dopo il 1876, cioè dopo l’avvento della sinistra al potere): esso è stato addirittura un tratto caratteristici della lotta politica tra cattolici-moderati (o moderati che desideravano riconciliarsi coi cattolici e trovare il terreno per la formazione di un gran partito di destra che attraverso il clericalismo avesse una base larga nelle masse rurali) e i democratici, che per ragioni analoghe, volevano distruggere il clericalismo.

Un episodio tipico è stato l’attacco sferrato contro Luigi Castellazzo per il suo presunto atteggiamento nel processo di Mantova che portò alle impiccagioni di Belfiore di don Tazzoli, di Carlo Poma, di Tito Speri, di Montanari e del Frattini. La campagna era puramente faziosa, perché le accuse fatte al Castellazzo non furono fatte ad altri che nei processi notoriamente si comportavano certo peggio di quanto si affermava per il Castellazzo e non persuasivamente, perché uomini come il Carducci si mantennero solidali con l’attaccato; ma il Castellazzo era repubblicano, massone (capo della Massoneria?) e aveva persino manifestato simpatia per la Comune. Il Castellazzo si comportò peggio di Giorgio Pallavicino al processo Confalonieri? (cfr attacchi del Luzio contro l’Andryane per la sua ostilità al Pallavicino). È vero che il processo di Mantova si concluse con esecuzioni capitali, mentre ciò non avvenne per il Confalonieri e compagni, ma a parte che ciò non deve modificare il giudizio sulle azioni dei singoli individui, si può dire che le esecuzioni di Belfiore siano dovute al presunto comportamento del Castellazzo e non furono invece la fulminea risposta all’insurrezione milanese del 3 febbraio 1853? E non contribuì a rafforzare la volontà spietata di Francesco Giuseppe l’atteggiamento vile dei nobili milanesi che strisciarono ai piedi dell’imperatore proprio alla vigilia dell’esecuzione? (cfr le date). È da vedere come il Luzio si comporta verso questa serie complessa di avvenimenti. I moderati cercarono di attenuare la responsabilità dei nobili milanesi in forma veramente sconcia (cfr i Cinquanta anni di patriottismo di R. Bonfadini). Vedere come il Luzio si atteggia nella quistione dei Costituti Confalonieri e in quella del comportamento del Confalonieri dopo la sua liberazione. Sulla quistione del Castellazzo cfr Luzio: I Martiri di Belfiore nelle diverse edizioni (la 4ª è del 1924); I processi politici di Milano e di Mantova restituiti dall’Austria, Milano, Cogliati, 1919 (questo libretto dovrebbe parlare dei Costituti Confalonieri che il senatore Salata scriveva di aver «scoperto» negli archivi viennesi); La Massoneria e il Risorgimento Italiano, 2 voll., Bocca (pare che questo lavoro sia giunto alla 4ª edizione in pochissimo tempo, ciò che sarebbe meraviglioso); cfr ancora P.L. Rambaldi, Luci ed ombre nei processi di Mantova, nell’«Archivio Storico Italiano» V-XLIII, pp, 257-334 e Giuseppe Farini, Le elezioni di Grosseto e la Massoneria, in «Nuova Antologia» del 16 dicembre 1928 (parla dell’elezione a deputato del Castellazzo nel settembre 1883 e delle campagna che si scatenò: il Carducci sostenne il Castellazzo e scrisse contro l’«accanimento fariseo moderato»).

4) Cosa si proponevano e in parte si propongono ancora (ma in questo campo da alcuni anni molte cose sono cambiate) gli storici e i pubblicisti moderati con questo loro indefesso, accortissimo e molto bene organizzato (pare talvolta che ci sia stato un centro direttivo per questa attività, una specie di massoneria moderata, tanto è grande lo spirito di sistema) lavoro di propaganda? «Dimostrare» che l’unificazione della penisola è stata opera precipua dei moderati alleati alla dinastia e legittimare storicamente il monopolio del potere. Occorre ricordare che ai moderati appartenevano le maggiori personalità della cultura, mentre la sinistra non brillava (salvo poche eccezioni) per troppa serietà intellettuale, specialmente nel campo degli studi storici e della pubblicistica di medio grado. L’attività polemica dei moderati, attraverso la sua «dimostrazione» addomesticata riusciva a disgregare ideologicamente la democrazia, assorbendone molti elementi individuali e specialmente influendo sull’educazione delle generazioni giovani, formandole con le loro concezioni, con le loro parole d’ordine, coi loro programmi. Inoltre:

  1. i moderati, nella loro propaganda, erano senza scrupoli, mentre gli uomini del Partito d’Azione erano pieni di «generosità» patriottica, nazionale ecc. e rispettavano tutti quelli che per il Risorgimento avevano realmente sofferto, anche si in qualche momento erano stati deboli;
  2. il regime degli archivi pubblici era favorevole ai moderati, ai quali era permesso individualmente fare ricerche di documenti contro i loro avversari politici e mutilare o tacere dei documenti che sarebbero stati sfavorevoli ai loro; solo da pochi anni è stato possibile pubblicare epistolari completi, per esempio di moderati toscani, che ancora nel 59 si aggrappavano alle falde del granduca per non farlo scappare ecc.

I moderati non riconoscono sistematicamente una forza collettiva agente e operante nel Risorgimento all’infuori della dinastia e dei moderati: del Partito d’Azione riconoscono la benemerenza di personalità singole che vengono esaltate tendenziosamente per catturarle; altre sono diffamate, ottenendo in ogni caso di spezzare il vincolo collettivo. In realtà il Partito d’Azione non seppe contrapporre nulla di efficace a questa propaganda, che attraverso la scuola, divenne insegnamento ufficiale: lamentazioni o sfoghi così puerilmente settari e partigiani che non potevano convincere i giovani colti e lasciavano indifferenti i popolari, cioè erano senza efficacia sulla nuove generazioni: così il Partito d’Azione fu disgregato e la democrazia borghese non seppe mai crearsi una base popolare. La sua propaganda non doveva basarsi sul passato, sulle polemiche del passato, che interessano sempre poco le grandi masse e sono utili solo, entro certi limiti, a costituire e rafforzare i quadri dirigenti, ma sul presente e sull’avvenire, cioè su programmi costruttivi in opposizione (o integrativi) dei programmi ufficiali. La polemica del passato era specialmente difficile e pericolosa per il Partito d’Azione, perché esso era stato vinto, e il vincitore, per il solo fatto di essere tale, ha dei grandi vantaggi nella lotta ideologica. Non è senza significato che nessuno abbia mai pensato a scrivere una storia del Partito d’Azione, nonostante l’indubbia importanza che esso ebbe nello svolgersi degli eventi: basta pensare ai tentativi democratici del 48-49 in Toscana, nel Veneto, a Roma, e all’impresa dei Mille.

In un certo periodo tutte le forze della democrazia si allearono e la Massoneria divenne il perno di tale alleanza: è questo un periodo ben determinato nella storia della Massoneria, divenuta una delle forze più efficienti dello Stato nella società civile, per arginare le pretese e i pericoli del clericalismo, e questo periodo finì con lo svilupparsi delle forze operaie. La Massoneria divenne il bersaglio dei moderati, che evidentemente speravano di conquistare così almeno una parte delle forze cattoliche specialmente giovanili; ma in realtà i moderati valorizzarono le forze cattoliche controllate dal Vaticano e così la formazione dello Stato moderno e di una coscienza laica nazionale (in definitiva il sentimento patriottico) ne subì un fiero contraccolpo come si vide in seguito. (Osservazioni da approfondire).

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