Freud e l’uomo collettivo

Quaderno 15 (II)
§ (74)

Il nucleo più sano e immediatamente accettabile del freudismo è l’esigenza dello studio dei contraccolpi morbosi che ha ogni costruzione di «uomo collettivo», di ogni «conformismo sociale», di ogni livello di civiltà, specialmente in quelle classi che «fanaticamente» fanno del nuovo tipo umano da raggiungere una «religione», una mistica ecc. È da vedere se il freudismo necessariamente non dovesse conchiudere il periodo liberale, che appunto è caratterizzato da una maggiore responsabilità (e senso di tale responsabilità) di gruppi selezionati nella costruzione di «religioni» non autoritarie, spontanee, libertarie ecc. Un soldato di coscrizione non sentirà per le possibili uccisioni commesse in guerra lo stesso grado di rimorso che un volontario ecc. (dirà: mi è stato comandato, non potevo fare diversamente, ecc.). Lo stesso si può notare per le diverse classi: le classi subalterne hanno meno «rimorsi» morali, perché ciò che fanno non le riguarda che in senso lato ecc. Perciò il freudismo è più una «scienza» da applicare alle classi superiori e si potrebbe dire, parafrasando Bourget (o un epigramma su Bourget) che l’«inconscio» incomincia solo dopo tante decine di migliaia di lire di rendita. Anche la religione è meno fortemente sentita come causa di rimorsi dalle classi popolari, che forse non sono troppo aliene dal credere che in ogni caso anche Gesù Cristo è stato crocifisso per i peccati dei ricchi. Si pone il problema se sia possibile creare un «conformismo», un uomo collettivo senza scatenare una certa misura di fanatismo, senza creare dei «tabù», criticamente, insomma, come coscienza di necessità liberamente accettata perché «praticamente» riconosciuta tale, per un calcolo di mezzi e fini da adeguare, ecc.

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