Realtà del mondo esterno

Quaderno 8 (XXVIII)
§ (217)

Nelle sue Linee di filosofia critica, p. 159, Bernardino Varisco scrive: «Apro un giornale per informarmi delle novità; vorreste sostenere che le novità le ho create io con l’aprire il giornale?» Ciò che è stupefacente in questa proposizione è che sia stata scritta dal Varisco, il quale, se oggi si è orientato verso la trascendenza religiosa [e il dualismo], è stato «idealista», dopo essere partito dal positivismo. Possibile che il Varisco ritenga che l’idealismo significa una cosa così banale e triviale? E quando era idealista, come concepiva la «soggettività» del reale? (Occorrerà leggere questo libro del Varisco per conoscerne la parte critica) La proposizione del Varisco ricorda ciò che scrive L. Tolstoi nelle sue Memorie d’infanzia e di giovinezza: il Tolstoi racconta che si faceva venire il capogiro, voltandosi improvvisamente per osservare se ci fosse stato un momento del «nulla» prima che il suo «spirito» avesse «creato» la realtà (o qualche cosa di simile: il brano di Tolstoi è molto interessante letterariamente). Che il Tolstoi desse alla proposizione dell’idealismo un significato così immediato e materiale può spiegarsi: ma il Varisco? È da osservare che proprio queste forme di critica del «senso comune» sono trascurate dai filosofi idealisti, mentre esse sono di estrema importanza per la diffusione di un modo di pensare e di una cultura.
Ricordare l’affermazione del Missiroli, riportata dall’«Italia Letteraria», e ricordare la «polemica sulla zucca» di Roberto Ardigò contenuta negli Scritti vari di R. A, raccolti e ordinati da G. Marchesini (Lemonnier, 1922): in un giornaletto religioso, il polemista (un prete della Curia vescovile) per distruggere l’Ardigò di fronte al pubblico popolare lo chiamò su per giù «uno di quei filosofi che credo che il duomo (o la cattedrale locale) esiste perché essi lo pensano, e quando non lo pensano più, il duomo sparisce», con quale effetto di comicità nei lettori è facile immaginare e con risentimento dell’Ardigò che è positivista ed è d’accordo coi cattolici nel modo di concepire la realtà fisica.
Occorre dimostrare che la concezione «soggettivistica» trova la sua interpretazione «storica» e non speculativa [(e il suo superamento)] nella concezione delle superstrutture: essa ha servito per superare la trascendenza da una parte e il «senso comune» dall’altra, ma nella sua forma speculativa è un mero romanzo filosofico. Un accenno a una interpretazione più realistica del soggettivismo della filosofia classica tedesca si può trovare nella recensione di G. De Ruggiero a degli scritti di B. Constant (mi pare) sulla Germania e sulla filosofia tedesca (recensione pubblicata nella «Critica» qualche anno fa).
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