La «nuova» scienza

Quaderno 8 (XXVIII)
§ (176)

«Considerando la insuperata minutezza di questi metodi di indagine ci tornava alla memoria l’espressione di un membro dell’ultimo Congresso filosofico di Oxford il quale, secondo riferisce il Borgese, parlando dei fenomeni infinitamente piccoli cui l’attenzione di tanti è oggi rivolta, osservava che “essi non si possono considerare 〈come〉 esistenti indipendentemente dal soggetto che lo osserva”. Sono parole che inducono a molte riflessioni e che rimettono in campo, da punti di vista completamente nuovi, i grandi problemi dell’esigenza soggettiva dell’universo e del significato delle informazioni sensoriali nel pensiero scientifico». Così scrive Mario Camis nella «Nuova Antologia» del 1° novembre 1931 nella nota: «Scienze biologiche e mediche: Gösta Ekehorn, On the principles od renal function Stockolm, 1931», p. 131. Il curioso è che proprio in questo articolo il Camis implicitamente spiega come quella espressione che tanto ha fatto vaneggiare il Borgese [possa e] debba intendersi in un senso meramente metaforico e non filosofico. Si tratta di elementi così piccoli che non possono essere descritti (e si intenda anche ciò in senso relativo) con parole [per gli altri], e che l’esperimentatore perciò non riesce a scindere dalla propria personalità soggettiva: ogni esperimentatore deve giungere alla percezione con mezzi propri, direttamente. L’Ekelhorn punge un glomerulo di rene della rana con una cautela «la cui preparazione è opera di tanta finezza e tanto legata alle indefinibili ed inimitabili intuizioni manuali dello sperimentatore che lo stesso Ekelhorn, nel descrivere l’operazione del taglio a sghembo del capillare di vetro dice di non poterne dare i precetti a parole ma deve accontentarsi di una vaga indicazione». Se fosse vero che i fenomeni infinitamente piccoli [in quistione] «non si possono considerare esistenti indipendentemente dal soggetto che li osserva» essi non sarebbero «osservati» ma «creati» e cadrebbero nello stesso dominio dell’intuizione personale; non i fenomeni ma queste intuizioni sarebbero allora oggetto della scienza, come le «opere d’arte». Se il fenomeno si ripete e può essere osservato da vari scienziati, indipendentemente gli uni dagli altri, cosa significa l’affermazione se non appunto che si fa una metafora per indicare le difficoltà inerenti alla descrizione e alla rappresentazione dei fenomeni stessi? Difficoltà che può spiegarsi:

  1. con l’incapacità letteraria degli scienziati, didatticamente formati a descrivere e rappresentare i fenomeni macroscopici;
  2. con l’insufficienza del linguaggio comune, foggiato per i fenomeni macroscopici;
  3. col relativamente piccolo sviluppo di queste scienze minimoscopiche, che attendono un ulteriore sviluppo dei loro metodi per essere comprese dai molti per comunicazione letteraria (e non per visione diretta sperimentale).

Questa fase, transitoria, della scienza produce una forma di «sofistica» che richiama i classici sofismi di Achille e della tartaruga, del mucchio e del granello ecc., sofismi che rappresentarono tuttavia una fase nello sviluppo della filosofia e della logica. (Vedere nota precedente su stesso argomento: Borgese-Eddington ecc.).

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