Argomenti di coltura. Contro natura, naturale, ecc.

Quaderno 8 (XXVIII)
§ (156)

Una concezione come quella esposta pare conduca a una forma di relativismo e quindi di scetticismo morale. È da osservare che ciò si può dire di tutte le concezioni precedenti, la cui imperatività categorica e oggettiva è sempre stata riducibile dalla «cattiva volontà» a una forma di relativismo. Perché la concezione religiosa potesse almeno apparire assoluta e oggettivamente universale, sarebbe stato necessario che essa si presentasse monolitica, per lo meno intellettualmente uniforme in tutti i credenti, ciò che è lungi dalla realtà (differenze di scuola, sette, tendenze, e differenze di classe: semplici e colti ecc.). Così si dica della formula categorica del Kant: opera come vorresti operassero tutti gli uomini nelle stesse circostanze.

È evidente che ognuno può pensare che tutti dovrebbero operare come lui: un marito geloso che ammazza la moglie infedele pensa che tutti i mariti dovrebbero ammazzare le mogli infedeli; la formula kantiana, analizzata realisticamente, non supera un ambiente dato, con tutte le sue superstizioni morali e i suoi costumi barbarici, è statica, è una vuota formula che può essere riempita di qualsiasi contenuto storico attuale (con le sue contraddizioni, naturalmente, per cui ciò che è verità di là dai Pirenei è bugia di qua dai Pirenei). L’argomento del pericolo del relativismo e scetticismo non è valido pertanto. Il problema da porsi è un altro: cioè questa data concezione ha in sé i caratteri di una certa durata? oppure è mutevole ogni giorno e dà luogo, nello stesso gruppo, alla formulazione della teoria della doppia verità? Risolti questi problemi, la concezione è giustificata. Ma ci sarà un periodo di rilassatezza, anzi di libertinaggio e di dissolvimento morale. Questo è tutt’altro che escluso. Ma è argomento non valido. I periodi di rilassatezza e di dissolvimento si sono spesso verificati nella storia, predominando sempre la stessa concezione morale; essi sono dipendenti da cause storiche reali e non dalle concezioni morali, essi indicano anzi che una vecchia concezione si disgrega e un’altra nasce, ma quella in disgregamento tenta di mantenersi coercitivamente, costringendo la società a forme di ipocrisia alle quali appunto i periodi di rilassamento e libertinaggio reagiscono.

Il pericolo di non vivacità morale è invece rappresentato dalla teoria fatalistica degli stessi gruppi che dividono la concezione della naturalità secondo la natura dei bruti, per cui tutto è giustificato dall’ambiente sociale: ogni responsabilità individuale così viene ad essere annegata nella responsabilità sociale. Se questo fosse vero, il mondo e la storia sarebbero immobili sempre. Infatti se l’individuo per cambiare ha bisogno che tutta la società cambi, meccanicamente, per chissà quale forza extraumana, il cambiamento non avverrebbe mai. La storia è una lotta continua di individui o di gruppi per cambiare la società, ma perché ciò sia questi individui e questi gruppi dovranno sentirsi superiori alla società, educatori della società ecc. L’ambiente quindi non giustifica ma solo «spiega» il comportamento degli individui e specialmente di quelli più passivi storicamente. La spiegazione servirà a rendere talvolta indulgenti verso i singoli e darà materiale per l’educazione, ma non deve mai diventare «giustificazione» senza condurre necessariamente a una delle forme più ipocrite e rivoltanti di conservatorisrmo e di «retrivismo». (Continua a p. 49).

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