Passato e presente

Quaderno 6 (VIII)
§ (82)

Società politica e civile. Polemica intorno alle critiche di Ugo Spirito all’economia tradizionale. Nella polemica ci sono molti sottintesi e presupposti ideologici che si evita di discutere, almeno finora, da parte degli «economisti» e anche da parte dello Spirito, a quanto pare. È evidente che gli economisti non vogliono discutere la concezione dello Stato dello Spirito, ma è proprio questa la radice del dissenso. Lo Spirito, d’altronde, non vuole o esita a spingerli e incalzarli su questo terreno, perché la conseguenza sarebbe di suscitare una discussione politica generale e di far apparire l’esistenza di più partiti nello stesso partito, uno dei quali collegato strettamente con sedicenti senza partito: apparirebbe esistere un partito degli scienziati e dell’alta cultura. Da parte degli scienziati, d’altronde, sarebbe facile dimostrare tutta l’arbitrarietà delle proposizioni dello spirito, e della sua concezione dello Stato, ma essi non vogliono uscire da certi limiti, che raramente trascendono l’indulgenza e la cortesia personale. Quello che è comico è la pretensione dello Spirito, che gli economisti gli costruiscano una scienza economica secondo il suo punto di vista. Ma nella polemica dello Spirito non tutto è da buttar via: ci sono alcune esigenze reali, affogate nella farragine delle parole «speculative». L’episodio perciò è da notare come un momento della lotta culturale-politica. Nell’esposizione occorre appunto partire dalla concezione dello Stato propria dello Spirito e dell’idealismo gentiliano, che è ben lungi dall’essere stata fatta propria dallo «Stato» stesso, cioè dalle classi dominanti e dal personale politico più attivo, cioè non è per nulla diventata (tutt’altro!) elemento di una politica culturale governativa. A ciò si oppone il Concordato (si oppone implicitamente, s’intende) ed è nota l’avversione del Gentile al Concordato, espressa nel 1928 (cfr articoli nel «Corriere della Sera» e discorsi di quel tempo); occorre tener conto del discorso di Paolo Orano alla Camera (confrontare), nel 1930, tanto più significativo se si tien conto che Paolo Orano spesso ha parlato alla Camera in senso «ufficioso». Da tener conto anche della breve ma violenta critica del libro dello Spirito (Critica dell’Economia liberale) pubblicata nella «Rivista di Politica Economica» [(dicembre 1930)] da A. De Pietri Tonelli, dato che la rivista è emanazione degli industriali italiani (cfr la direzione: nel passato era organo dell’Associazione delle Società Anonime). Ancora: all’Accademia è stato chiamato P. Jannaccone, noto economista ortodosso, che ha demolito lo Spirito nella «Riforma Sociale» [(dicembre 1930)]. Cfr anche la Postilla del Croce nella «Critica» del gennaio 1931. Dalle pubblicazioni dello Spirito apparse nei «Nuovi Studi» appare come le sue tesi sono finora state accettate integralmente solo da… Massimo Fovel, noto avventuriero della politica e dell’economia. Tuttavia allo Spirito si lascia fare la voce grossa e si danno incarichi di fiducia (dal ministro Bottai, credo, che ha fondato l’«Archivio di Studi corporativi» con ampia partecipazione dello Spirito e C.).

La concezione dello Stato nello Spirito non è molto chiara e rigorosa. Talvolta sembra sostenga addirittura che prima che egli diventasse «la filosofia», nessuno abbia capito nulla dello Stato e lo Stato non sia esistito o non fosse un «vero» Stato ecc. Ma siccome vuol essere storicista, quando se ne ricorda, ammette che [anche] nel passato sua esistito lo Stato, ma che ormai tutto è cambiato e lo Stato (o il concetto dello Stato) è stato approfondito e posto su «ben altre» basi speculative che nel passato e poiché «quanto più una scienza è speculativa tanto più è pratica», così pare che queste basi speculative debbano ipso facto diventare basi pratiche e tutta la costruzione dello Stato mutare perché lo Spirito ne ha mutato le basi speculative (naturalmente non lo Spirito uomo empirico, ma Ugo Spirito – Filosofia). Conforntare Critica dell’economia liberale, p. 180: «Il mio saggio sul Pareto voleva essere un atto di fede e di buona volontà: di fede in quanto con esso volevo iniziare lo svolgimento del programma dei “Nuovi Studi” e cioè il raccostamento e la collaborazione effettiva della filosofia e della scienza», e le illazioni sono lì: filosofia = realtà, quindi anche scienza e anche economia, cioè Ugo Spirito = sole raggiante di tutta la filosofia-realtà, che invita gli scienziati specialisti a collaborare con lui, a lasciarsi riscaldare dai suoi raggi-principi, anzi a essere i suoi raggi stessi per diventare «veri» scienziati, cioè «veri» filosofi.

Poiché gli scienziati non vogliono lasciarsi fare e solo qualcuno si lascia indurre a entrare in rapporto epistolare con lui ecco che lo Spirito li sfida nel suo terreno, e se non accettano ancora, sorride sardonicamente e trionfalmente: non accettano la sfida perché hanno paura o qualcosa di simile. Lo Spirito non può supporre che gli scienziati non vogliono occuparsi di lui perché non ne vale la pena e perché hanno altro da fare. Poiché egli è la «filosofia» e filosofia = scienza ecc., quegli scienziati non sono «veri» scienziati, anzi la «vera» scienza non è mai esistita ecc.

Volpicelli e Spirito, direttori dei «Nuovi Studi», i Bouvard e Pécuchet della filosofia, della politica, dell’economia, del diritto, della scienza, ecc. ecc. Quistione fondamentale: l’utopia di Spirito e Volpicelli consiste nel confondere lo Stato con la società regolata, confusione che si verifica per una [puramente] «razionalistica» concatenazione di concetti: individuo = società (l’individuo non è un «atomo», ma l’individuazione storica dell’intera società), società = Stato, [dunque] individuo = Stato. Il carattere che differenzia questa «utopia» dalle utopie tradizionali e dalle ricerche, in generale, dell’«ottimo stato» è che Spirito e Volpicelli danno come [già] esistente questa loro «fantastica» entità, esistente ma non riconosciuta da altri che da loro, depositari della «vera verità», mentre gli altri (specialmente gli economisti e in generale gli scienziati di scienze sociali) non capiscono nulla, sono nell’«errore», ecc. Per quale «coda del diavolo» avvenga che solo Spirito e Volpicelli posseggano questa verità e gli altri non la vogliano possedere, non è stato ancora spiegato dai due, ma appare qua e là un barlume dei mezzi con cui i due ritengono che la verità dovrà essere diffusa e diventare autocoscienza: è la polizia (ricordare il discorso di Gentile a Palermo nel 24). Per ragioni politiche è stato detto alle masse: «ciò che voi aspettavate e vi era stato promesso dai ciarlatani, ecco, esiste già», cioè la società regolata, l’uguaglianza economica, ecc. Spirito e Volpicelli (dietro Gentile, che però non è così sciocco come i due) hanno allargato l’affermazione, e l’hanno «speculata», «filosofizzata», sistemata, e si battono come leoni impagliati contro tutto il mondo, che sa bene cosa pensare di tutto ciò. Ma la critica di questa «utopia» domanderebbe ben altra critica, avrebbe ben altre conseguenze che la carriera più o meno brillante dei due Aiaci dell’«attualismo» e allora assistiamo alla giostra attuale. In ogni modo è ben meritato che il mondo intellettuale sia sotto la ferula di questi due pagliacci, come fu ben meritato che l’aristocrazia milanese sia rimasta tanti anni sotto il tallone della triade. (La sottoscrizione per le nozze di donna Franca, potrebbe essere paragonata con l’atto di omaggio a Francesco Giuseppe nel 1853: da Francesco Giuseppe a donna Franca indica la caduta dell’aristocrazia milanese). Bisognerebbe anche osservare come la concezione di Spirito e Volpicelli sia un derivato logico delle più scempie e «razionali» teorie democratiche. Ancora essa è legata alla concezione della «natura umana» identica e senza sviluppo come era concepita prima di Marx per cui tutti gli uomini sono fondamentalmente uguali nel regno dello Spirito (= in questo caso allo Spirito Santo e a Dio padre di tutti gli uomini).

Questa concezione è espressa nella citazione che Benedetto Croce fa nel capitolo A proposito del positivismo italiano (in Cultura e Vita morale, p. 45) da «una vecchia dissertazione tedesca»: «Omnis enim Philodophia, cum ad communem hominum cogitandi facultatem revocet, per se democratica est; ideoque ab optimatibus non iniuria sibi existimatur perniciosa» Questa «comune facoltà di pensare» diventata «natura umana», ha dato luogo a tante utopie [di cui] si riscontra traccia in tante scienze che partono dal concetto dell’uguaglianza perfetta fra gli uomini ecc.

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