Sviluppo politico della classe popolare nel Comune medioevale

Quaderno 3 (XX)
§ (16)

Nel citato studio di Ettore Ciccotti (Elementi di «verità» e di «certezza» ecc.) ci sono alcuni accenni allo sviluppo storico della classe popolare dei Comuni specialmente degni di attenzione e di trattazione separata. Le guerre reciproche dei Comuni e quindi la necessità di reclutare una più vigorosa e abbondante forza militare col lasciare armare il maggior numero, davano la coscienza della loro forza ai popolani e ne rinsaldavano insieme le file (cioè funzionarono da eccitanti di formazioni di partito). I combattenti rimanevano uniti anche in pace, sia per il servizio da prestare ma poi, con crescete solidarietà, per fini di utilità particolare. Si hanno gli statuti delle «Società d’armi» che si costituirono a Bologna, come sembra, verso il 1230, ed emerge il carattere della loro unione e il loro modo di costituzione. Verso la metà del secolo XIII erano già ventiquattro, distribuite a seconda della contrada dove abitavano. E oltre al loro ufficio politico di difesa esterna del Comune, avevano il fine di assicurare a ciascun popolano la tutela necessaria a proteggerlo contro le aggressioni dei nobili e dei potenti. Capitoli dei loro statuti – per esempio della Società detta dei Leoni – hanno in rubrica il titolo «De adiutorio dando hominibus dicte societatis»; «Quod molestati iniuste debeant adiuvari ab hominibus dicte societatis». E alle sanzioni civili e sociali si aggiungeva, oltre al giuramento, una sanzione religiosa, con la comune assistenza alla messa ed alla celebrazione di uffici divini; mentre altri obblighi comuni, come quelli comuni alle confraternite pie, di soccorrere i soci poveri, seppellire i defunti ecc., rendevano sempre più persistente e stretta l’unione. Per le funzioni stesse delle società si formarono poi cariche e consigli – a Bologna, per es., quattro o otto «ministeriales» foggiati sugli ordini della Società delle Arti o su quelli più antichi del Comune. Originariamente, in queste società entrano milites al pari di pedites, nobili e popolani, se anche in minor numero. Ma, a grado a grado, i milites, i nobili tendono ad appartarsene come a Siena, o, secondo i casi, ne possono essere espulsi, come nel 1270, a Bologna. E a misura che il movimento di emancipazione prende piede, oltrepassando anche i limiti e la forma di queste società, l’elemento popolare chiede e ottiene la partecipazione alle maggiori cariche pubbliche. Il popolo si costituisce sempre più in vero partito politico e per dare maggiore efficienza e centralizzazione alla sua azione si dà un capo, «il Capitano del popolo», ufficio che pare Siena abbia preso da Pisa e che nel nome come nella funzione rivela insieme origini e funzioni militari e politiche. Il popolo che già, volta a volta, ma sporadicamente, si era riunito e si era costituito e aveva prese deliberazioni distinte, si costituisce come un ente a parte, che si dà anche proprie leggi. Campana propria per le sue convocazioni «cum campana Communis non bene audiatur». Entra in contrasto col Podestà a cui contesta il diritto di pubblicar bandi e con cui il Capitano del popolo stipula delle «paci». Quando il popolo non riesce ad ottenere dalle Autorità comunali le riforme volute, da la sua secessione, con l’appoggio di uomini eminenti del Comune e, costituitosi in assemblea indipendente, incomincia a creare magistrature proprie ad immagine di quelle generali del Comune, ad attribuire una giurisdizione al Capitano del popolo, e a deliberare di sua autorità, dando inizio (dal 1255) a tutta un’opera legislativa, (Questi dato sono del Comune di Siena). Il popolo riesce, prima praticamente, e poi anche formalmente, a fare accettare negli Statuti generali del Comune disposizioni che prima non legavano se non gli ascritti al «Popolo» e di uso interno. Il popolo giunge a dominare il Comune, soverchiando la precedente classe dominante, come a Siena dopo il 1270, a Bologna con gli Ordinamenti «Sacrati» e «Sacratissimi», a Firenze con gli «Ordinamenti di giustizia». (Provenzan Salvati a Siena è un nobile che si pone a capo del popolo).

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